Santo Stefano e sei suoi compagni consacrati diaconi da san Pietro

Vittore Carpaccio, Santo Stefano e sei suoi compagni consacrati diaconi da san Pietro

Il telero La consacrazione dei sette diaconi racconta l’episodio che vede protagonista santo Stefano e sei suoi compagni consacrati diaconi da san Pietro a Gerusalemme.

In questo telero, in basso a destra, vicino al bastone del pellegrino, è dipinto un cartellino dov’è possibile leggere il nome dell’autore e la data: VICTOR / CARPATHIUS / FINXIT / MLXI1.

Leggiamo nella Legenda Aurea che gli apostoli, guidati da Pietro, chiamarono a sé un gruppo di discepoli, e dissero loro:

«Considerate dunque fratelli sette uomini di voi li quali siano de bono testimonio e di bona fama pieni de spirito sancto e de sapientia, li quali noi ordiniamo e constituamo sopra questo tale officio. (…) che loro servino over che siano sopra quelli che servino e noi saremo continuamente servueti a loratione e predicatione; el quale parlare piacque a tuta l’adunata moltitudine e a tale officio elessero septe de quali Stephano fu el primo e fu primicerio li quali sepre furono menati dinanzi ali apostoli e egli posero le mane sopra del loco e furono ripieni de spirito sancto: dopo questo essendo Stephano pieno di gratia e di forteza faceva miraculi e segni grandi nel populo»2.

Nel telero vediamo Stefano in ginocchio che sta per essere consacrato ed i suoi sei compagni che aspettano il loro turno. A differenza del racconto, Carpaccio lascia solamente all’apostolo Pietro il ruolo di imporre le mani3.

La scena si svolge sui gradini di quello che sembra un porticato, di cui sono visibili le due piccole colonne. Possiamo immaginare che sia il Tempio di Salomone trasformato in chiesa di Pietro. Quest’ultimo è riconoscibile dall’attributo iconologico delle due chiavi che tiene in mano. Il gruppetto dei sette diaconi è riconoscibile dalla Dalmatica e dalla stola, paramenti liturgici propri del servizio. Dietro essi troviamo tre giovani donne nobilmente vestite e accanto a loro una, un po’ più anziana, con il capo coperto da uno scialle a righe che lancia uno sguardo triste alle tre ragazze. Probabilmente – come ci suggerisce Augusto Gentili – la donna più anziana è una vedova, perché si trova nel contesto dell’elezione dei diaconi, scelti, tra le altre mansioni, anche per la funzione di assistenza ad orfani e vedove 4.

Dietro questo quartetto di donne, un gruppo di uomini discutono: probabilmente parlano del problema dell’assistenza tra ebrei palestinesi ed ebrei greci. Intuiamo questo dal modo in cui sono vestiti questi signori: alcuni secondo abiti della tradizione arabo-giudaica ed altri vestiti alla foggia bizantina. Nello sfondo possiamo notare un particolare importante: sulla sinistra c’è un piccolo tempio antico un po’ diroccato, con qualche statua senza testa e, vicino, alcune colonne malconce. Questo tempio in rovina fa da contraltare alla costruzione solida e nuova dove si trova Pietro. Nello sfondo troviamo poi una collinetta dove si erige una costruzione, degli uomini, alcuni a piedi ed altri a cavallo, e al centro del quadro, all’orizzonte, il mare su cui si affaccia un castello. Tutti questi particolari ci fanno pensare al rapporto tra Gerusalemme e Roma, infatti il castello è una chiara allusione al castello di Ostia, nei pressi di Roma. Certamente a Gerusalemme non c’è il mare; Carpaccio dunque vuole farci riflettere su questa relazione: la Roma cristiana è la nuova Gerusalemme. Infatti le vicende di santo Stefano avvengo storicamente a Gerusalemme, mentre qui Carpaccio le contestualizza in ambito romano5.

In basso sono dipinti anche due animali: un pappagallo rosso con un rametto di erba nel becco ed un cane che gioca gioiosamente. Il pappagallo è simbolo dell’eloquenza e della redenzione. Il fatto che si avvicini con il becco ad un verde ramoscello ci conferma che è un simbolo positivo: la pianticella verde e fiorita fa da contraltare alle piante rinsecchite e rappresenta dunque la nuova vita data dal cristianesimo. Il cane gioca con un bambino che ha in mano un fiore; l’animale è libero di muoversi e di inchinarsi davanti al fiore della Parola. Infine, sui gradini sono seduti una donna anziana con lo sguardo perso nel vuoto ed un giovane pellegrino che fissa attentamente il momento della consacrazione di santo Stefano. Ecco che gli uomini vestiti in maniera diversa ci fanno riflettere anche sul fatto che il cristianesimo non si rivolge solamente ad un ristretto gruppo di persone, ma a persone molto differenti tra di loro. Il gruppo delle donne sembra incuriosito dalla missione dei diaconi: l’assistenza comunitaria. Il bambino, nel contesto del pensiero anti-giudaico, rappresenta l’ignoranza e l’immaturità del popolo ebraico. Questo metafora popolo ebraico/bambino è presente in altri teleri di Carpaccio, come quelli che realizza per la Scuola veneziana di San Giorgio degli Schiavoni6.

Nell’insieme, però, il bambino, la donna anziana ed il pellegrino, ricordano molti passi dell’Antico Testamento riguardo all’assistenza all’orfano, alla vedova e allo straniero7. Ricordando che ci troviamo ai piedi del tempio di Gerusalemme, questi tre personaggi ci fanno ricordare che l’assistenza non è più dovuta loro dal popolo d’Israele, ma ormai è presa in carico dalla nuova comunità cristiana che sta nascendo8.

Maestro Vincenzo


[1] Normalmente i pittori firmano i dipinti con le frasi latine come “OPERA FECIT [nome autore]” oppure, in italiano, con “[nome autore] DIPINSE”. Analizzando questi teleri notiamo che Carpaccio usa il verbo latino “FINXIT”, che significa fingere, al posto del più usato “PINXIT”, cioè pingere. Nel cartellino del telero troviamo dunque “Victor Carpathius finxit MLXI”. Questa variazione rivela la personale concezione dell’arte per l’autore: «Non c’è dubbio che Carpaccio intendesse essere esplicito in questo senso: il compito dell’artista, per lui, non era solo quello di imitare la natura, ma in qualche modo di ricrearla. Difatti, la Venezia che fa da sfondo alle sue processioni è falsa, o perlomeno non è Venezia, [così come, nel nostro caso, la città di Gerusalemme] perché è una sua rappresentazione arbitraria» (da: L’estetica delle firme, di Sergio Garufi, in http://www.caffeeuropa.it/attualita03/176arte-garufi.html, visualizzato il 1 aprile 2015).
[2]  Jacopo da Varagine, Legenda de sancti (in volgare), Venezia, Bartholomeo di Zani da Portese, 1499, Cap. XVII Santo Stefano Protomartire, 17-18.
[3] Anche il libro degli Atti degli Apostoli racconta che ad imporre le mani furono gli apostoli e non solamente Pietro: «Piacque questa proposta a tutto il gruppo ed elessero Stefano, uomo pieno di fede e di Spirito Santo, Filippo, Pròcoro, Nicànore, Timòne, Parmenàs e Nicola, un proselito di Antiochia. Li presentarono quindi agli apostoli i quali, dopo aver pregato, imposero loro le mani» (At 6, 5-6).
[4] Cfr. A. Gentili, Le storie di Carpaccio. Venezia, i Turchi, gli Ebrei, 128.
[5] Cfr. Ibidem.
[6] I riferimenti biblici di identificazione del popolo ebraico a bambini è espresso da San Paolo nella lettera agli Ebrei dove dice che il popolo ebraico è diventato lento a capire e li paragona a dei bambini che non possono mangiare cibo solido ma che debbono bere il latte.  «Su questo argomento abbiamo molte cose da dire, difficili da spiegare perché siete diventati lenti a capire. Infatti, voi che dovreste essere ormai maestri per ragioni di tempo, avete di nuovo bisogno che qualcuno v’insegni i primi elementi degli oracoli di Dio e siete diventati bisognosi di latte e non di cibo solido. Ora, chi si nutre ancora di latte è ignaro della dottrina della giustizia, perché è ancora un bambino. Il nutrimento solido invece è per gli uomini fatti, quelli che hanno le facoltà esercitate a distinguere il buono dal cattivo» (Eb 5, 11-14).
[7] Per esempio Dt 24, 17: «Non calpesterai il diritto dello straniero o dell’orfano e non prenderai in pegno la veste della vedova», oppure Zac 7,10: «…non opprimete la vedova né l’orfano, lo straniero né il povero; nessuno di voi, nel suo cuore, trami il male contro il fratello».
[8] Cfr. A. Gentili, Le storie di Carpaccio. Venezia, i Turchi, gli Ebrei, 130-133.