Cartone sulla vita di Gesù

Episodio 1: L’annuncio a Maria

Episodio 2: Un bambino della stirpe di Davide

Episodio 3: La paura di re Erode

Episodio 4: Un bambino tra i dottori

Episodio 5: Il battesimo secondo Giovanni

Episodio 6: La prova del deserto

Episodio 7: Il martirio del testimone

Episodio 8: La profezia si compie

Episodio 9: Una donna in Samaria

Episodio 10: Beati voi

Episodio 11: Il maestro racconta

Episodio 12: La legge nuova

Episodio 13: Pescatori di uomini

Episodio 14: Andate nel mio nome

Episodio 15: Ma chi è costui?

Episodio 16: Il nuovo regno

Episodio 17: I ciechi vedono

Episodio 18: Lazzaro!

Episodio 19: Trionfo a Gerusalemme

Episodio 20: La cena nella notte del tradimento

Episodio 21: Il coraggio di Pietro

Episodio 22: Il processo a Gesù

Episodio 23: L’ultima ora

Episodio 24: Il sepolcro è vuoto

Episodio 25: Maranathà

Episodio 26: L’avventura dei primi cristiani

Lapidazione di santo Stefano

Vittore Carpaccio, Lapidazione di santo Stefano

Il telero della Lapidazione di santo Stefano mostra l’atto conclusivo della vita del santo: l’esecuzione della condanna. Al centro, in basso, è dipinto un cartellino dove, anche se un po’ sbiadito, si intravede il nome dell’autore e la data: VICTOR CARPA[thius] MDXX. Per il paesaggio Carpaccio ha preso spunto da una incisione di Reeuwich, mentre per i personaggi dipinti prende spunto dai soggetti dei teleri precedenti1.

La città di Gerusalemme si vede ormai lontana perché l’esecuzione avviene fuori dalle sue mura, in una spianata dove si scorgono in lontananza montagne ricoperte di vegetazione. Un corteo di persone esce dalla porta della città: tutti accorrono a vedere l’esecuzione. L’azione contro santo Stefano è molto violenta: egli viene ucciso per lapidazione. Il santo è solo, attorniato dai suoi aguzzini, vestiti all’orientale con il turbante in testa2.

Le pietre usate per l’uccisione sono messe ben in evidenza dall’artista: alcune sono nelle mani degli aguzzini, una è in volo, appena lanciata, mentre un’altra è già arrivata a destinazione dietro la nuca di Stefano, sempre vestito in abiti diaconali3. Il volto del santo è rivolto verso l’alto, verso una manifestazione luminosa, che rappresenta la gloria celeste, dove tra poco verrà assunto. Dalla parte opposta, in basso a sinistra, un soldato cade a terra e anche lui ha lo sguardo rivolto verso la luce. In questa diagonale rintracciamo l’unico aspetto positivo del dipinto. Questo soldato tramortito possiamo associarlo alla figura di Saulo – futuro san Paolo –, presente alla lapidazione di Stefano. Questi particolari emergono negli ultimi istanti della vita del santo della Legenda Aurea. Gli Atti degli Apostoli raccontano l’episodio:

«Ma egli, pieno di Spirito Santo, fissando il cielo, vide la gloria di Dio e Gesù che stava alla destra di Dio e disse: “Ecco, contemplo i cieli aperti e il Figlio dell’uomo che sta alla destra di Dio”. Allora, gridando a gran voce, si turarono gli orecchi e si scagliarono tutti insieme contro di lui, lo trascinarono fuori della città e si misero a lapidarlo. E i testimoni deposero i loro mantelli ai piedi di un giovane, chiamato Saulo. E lapidavano Stefano, che pregava e diceva: “Signore Gesù, accogli il mio spirito”. Poi piegò le ginocchia e gridò a gran voce: “Signore, non imputare loro questo peccato”. Detto questo, morì» (Atti 7, 5-60).

Sappiamo bene che la conversione di san Paolo non avviene in quel momento, ma Carpaccio già la anticipa al momento della lapidazione, quasi a volerci suggerire che da questo episodio Paolo comincia il suo cammino di conversione verso quel Cristo che prima perseguitava4.

Maestro Vincenzo


[1]  Cfr. M. Cancogni – G. Perocco, L’opera completa del Carpaccio, 108.
[2] Cfr. G. Ludwig – P. Molmenti, Vittore Carpaccio. La Vita e le Opere, 252
[3] Cfr. A. Gentili, Le storie di Carpaccio. Venezia, i Turchi, gli Ebrei, 137.
[4] Cfr. Ivi,138.

Santo Stefano davanti ai giudici

Vittore Carpaccio, Santo Stefano davanti ai giudici

Il telero che racconta la scena di santo Stefano davanti ai giudici, come abbiamo già accennato nell’introduzione, è andato perduto. Ne rimane soltanto un disegno conservato alle Gallerie degli Uffizi di Firenze. Da questo disegno possiamo notare che il Santo è portato nel tribunale ebraico, il Sinedrio, dagli ebrei che, vinti nella disputa, lo accusano. Senza accertare realmente le ragioni di Stefano, lo condanneranno a morte per lapidazione1. Una tenda apre la visione verso un paesaggio dove si scorgono montagne. Seduti nel tribunale stanno i giudici, con lunghe barbe dallo stile orientale. Altri schizzi che Carpaccio realizza per preparare il dipinto, soprattutto per lo studio delle teste, li possiamo trovare al British Museum di Londra2.

Maestro Vincenzo


[1] Cfr. M. Cancogni – G. Perocco, L’opera completa del Carpaccio, Rizzoli Editore, Milano 1967, 108.
[2] Cfr. G. Ludwig – P. Molmenti, Vittore Carpaccio. La Vita e le Opere, 250-251.

La disputa di santo Stefano

Vittore Carpaccio, La disputa di santo Stefano

Il telero Disputa con i dottori, del 15141, narra della discussione del santo con i dottori della Legge. Leggiamo nella Legenda Aurea:

«Pe la qualcosa li iudei havendoli invidia et odio et desiderando loro di soperchiarlo, se sforzorono convincerlo per tre modi, cioè per disputazione, per producere testimonii e con darli tormenti. Ma egli superò li desputanti, dechiaro esserli testimoni falsi e triunphò de li suoi tormenti e fu dato dal cielo ogni aiuto. […]
Facendo dunque el beato Stefano molti miracoli, e frequentemente predicando al populo, li iudei contra de lui commisero la prima bataglia acioché lo vincessero per la via della disputatione. Se levarono alquanti che erano de la sinagoga de’ libertini, […] e de’ Cirenensi […], e alcuni de la sinagoga de li Alessandrini, e de la sinagoga di quelli ch’erano da Cilicia e de Asia, disputando con Stephano. Et loro no potevano resistere ala sapientia e allo spirito che in lui parlava»2.

Non tutti gli ebrei accolgono la Parola proclamata da santo Stefano. Lo sfidano perciò a disputa teologica. La città di Gerusalemme che si vedeva nello sfondo del dipinto precedente, qui è rappresentata con un paesaggio collinare, più vicino ad un paesaggio veneto che a quello palestinese, con tanti edifici occidentali e monumenti simbolici. Infatti due elementi nello sfondo attirano la nostra attenzione: la piramide, che ci ricorda che l’episodio si svolge in oriente nonostante la vegetazione non lo suggerisca, e il monumento equestre che ricorda il monumento al Gattamelata di Donatello che si trova a Padova3.

In questo telero ritornano due personaggi che già erano presenti nel telero della predica: il vecchio con la barba bianca e il cappello da paleologo a fianco di Stefano e l’uomo con i boccoli e il cappello a punta seduto sulla panchina. Alcuni ebrei seduti sotto un portico cercano allora di disputare con il santo4. Questi non è solo: fuori dal portico alcuni confratelli della Scuola assistono alla scena5. Santo Stefano è dipinto mentre discute con fare sicuro di sé, gesticolando come se stesse enumerando qualcosa con le dita. Egli però non guarda in faccia i suoi interlocutori, guarda fuori dal quadro, quasi volesse attirare la nostra attenzione. Gli ebrei portano con loro dei libri che troviamo dipinti sui gradini. Due sono appoggiati ai gradini, in piedi ma chiusi, un altro, che appartiene all’uomo con la barba bianca e il cappuccio è aperto, posizionato sopra altri due libri chiusi. Se chiusi, sono libri inutili che non servono. Il libro aperto appoggiato vicino la base della colonna in primo piano di sinistra non appartiene agli ebrei. È un libro rivolto verso di noi, che ci interpella. Il contenuto di questo libro ci fa capire il tema dei discorsi di Stefano. Riusciamo a vedere l’intitolazione della pagina: INSA57 che possiamo tradurre con IN SA(P) 5,7 e ci riporta alla citazione biblica di Sap 5,7. Per contestualizzare, leggiamo nel libro della Sapienza anche il versetto prima e quello dopo:

«Abbiamo dunque abbandonato la via della verità,
la luce della giustizia non ci ha illuminati
e il sole non è sorto per noi.
Ci siamo inoltrati per sentieri iniqui e rovinosi,
abbiamo percorso deserti senza strade,
ma non abbiamo conosciuto la via del Signore.
Quale profitto ci ha dato la superbia?
Quale vantaggio ci ha portato la ricchezza con la spavalderia?»  (Sap 5,6-8).

È dunque una dura critica contro gli ebrei, che hanno smarrito la via della verità e della giustizia: la superbia e la spavalderia li hanno fatti allontanare dalla via del Signore e certo non hanno portato loro profitto. Questa tesi è confermata anche dal significato simbolico degli animali presenti nel dipinto. In basso dentro il porticato, nel posto dove si trovano gli ebrei troviamo una faraona, chiaro simbolo di stoltezza e di superbia. Fuori dal portico, sempre in basso, troviamo una beccaccia, simbolo positivo come tutti gli uccelli dal lungo becco. Questo simpatico uccellino si accosta a delle pianticelle verdi e ciò ci ricorda il pappagallo che ugualmente, nel telero della Consacrazione, si accostava alle pianticelle fiorite. Perciò, mentre la faraona è accostata ai superbi ebrei, la beccaccia è accostata ai sostenitori di santo Stefano, che hanno accolto la Parola6.

Maestro Vincenzo


[1] Il nome e la data sono scritte sui due piedistalli delle due colonne in primo piano.
[2] Jacopo da Varagine, Legenda de sancti (in volgare), Cap. XVII Santo Stefano Protomartire, 17-18.
[3] Cfr. G. Ludwig – P. Molmenti, Vittore Carpaccio. La Vita e le Opere, 250.
[4] Cfr. A. Gentili, Le storie di Carpaccio. Venezia, i Turchi, gli Ebrei, 135.
[5] Tra i confratelli vestiti di nero, ne possiamo notare due vestiti in rosso, alla maniera dei pittori dell’epoca , che si danno le spalle e stanno tra le colonne che delimitano il dentro e il fuori del portico. Questi sono due ritratti che possiamo identificare con due pittori: quello sotto il portico che guarda verso santo Stefano e che indica se stesso è proprio Vittore Carpaccio, Quello che guarda verso destra fuori dal portico è Giovanni Bellini (Cfr. A. Gentili, Le storie di Carpaccio. Venezia, i Turchi, gli Ebrei, 149).
[6] Cfr. Ivi, 136.

Predica di santo Stefano

Vittore Carpaccio, Predica di santo Stefano.

Il telero della Predicazione di santo Stefano narra della predica fatta dal santo nella città di Gerusalemme. La scena si svolge in una ipotetica Gerusalemme dove si rintracciano stili architettonici diversi: troviamo dipinte cupolette, minareti, ma anche segni dell’arrivo del cristianesimo come la Chiesa del Santo Sepolcro, il Tempio del popolo ebraico adattato a Battistero cristiano e si scorge perfino un arco trionfale romano. Tanta gente cammina per le strade della città in mezzo alla quale riconosciamo una coppia di bambini gioiosi vicino a due anziani che passeggiano, e sulla destra, nel piano intermedio, un pellegrino che sta girando l’angolo di un edificio1.

In primo piano troviamo santo Stefano in abiti diaconali sopra un piedistallo, quasi a sostituire una statua. Sotto di lui si trovano alcune rovine dello stesso materiale del piedistallo. Il santo ha il dito indice della mano destra puntato in alto e la mano sinistra sul petto. Anche qui, il pubblico che ascolta la predica dal santo è molto eterogeneo; distinguiamo i personaggi sempre dagli abiti. Nella parte a sinistra del dipinto troviamo in primo piano, tre nobili personaggi vestiti con pregiati abiti e in secondo piano altri due: uno vestito di rosso con i boccoli e il cappello a punta e uno vestito di grigio2.

La maggior parte delle persone si trovano alla destra di Stefano. Subito ai piedi del Santo, un giovane dai capelli biondi vestito alla maniera occidentale. Subito dietro di lui un moro con il turbante che tiene le mani sulle spalle del giovane. Un signore orientale alza gli occhi in alto come a guardare quello che Stefano indica con il dito. Dietro a lui, un ellenico a capo scoperto che parla con un signore barbuto con il cappello a punta. Due personaggi con il turbante bianco: uno, pensieroso, con la mano sotto il mento, mentre l’altro apre le mani come in segno di sconcerto. C’è poi un arabo seduto sopra dei massi che guarda il santo; accanto a quest’ultimo, un soldato con la lancia puntata a terra e ancora un pellegrino, con bastone e cappuccio, che con la mano, indicandolo, riporta l’attenzione verso santo Stefano. Infine, sedute a terra stanno cinque donne di cui quattro sono vestite in maniera simile alle donne nel telero della consacrazione, mentre una quinta ha il capo e gli occhi coperti da uno scialle bianco che ricopre anche gran parte del viso. Questi personaggi così eterogenei, di diversa nazionalità, cultura, censo, che ascoltano Stefano rappresentano i veri destinatari della predicazione del Vangelo: i cristiani sono persone che provengono da diverse nazioni, culture, o ceti sociali, ma che insieme si riuniscono ad ascoltare la parola di Dio. E la donna con lo scialle che le copre il viso? Ella rappresenta la cecità e l’ignoranza del popolo ebraico3. La donna cieca è accostata alla Gerusalemme degli ebrei, la Gerusalemme della Sinagoga. A questa Gerusalemme si contrappone la sperata Gerusalemme celeste – il paradiso –, città eterna che appartiene ad alcuni personaggi del dipinto: appartiene anzitutto a santo Stefano, appartiene anche a quelli che ascoltano la sua predica e che serbano in cuor loro il desiderio di convertirsi e farsi battezzare e per ultimo appartiene anche al pellegrino che nuovamente ritorna sia in primo che in secondo piano4.

Maestro Vincenzo


[1] Cfr. A. Gentili, Le storie di Carpaccio. Venezia, i Turchi, gli Ebrei, 133.
[2] Cfr. Ivi 134-135.
[3] Ibidem.
[4] Ibidem.

Santo Stefano e sei suoi compagni consacrati diaconi da san Pietro

Vittore Carpaccio, Santo Stefano e sei suoi compagni consacrati diaconi da san Pietro

Il telero La consacrazione dei sette diaconi racconta l’episodio che vede protagonista santo Stefano e sei suoi compagni consacrati diaconi da san Pietro a Gerusalemme.

In questo telero, in basso a destra, vicino al bastone del pellegrino, è dipinto un cartellino dov’è possibile leggere il nome dell’autore e la data: VICTOR / CARPATHIUS / FINXIT / MLXI1.

Leggiamo nella Legenda Aurea che gli apostoli, guidati da Pietro, chiamarono a sé un gruppo di discepoli, e dissero loro:

«Considerate dunque fratelli sette uomini di voi li quali siano de bono testimonio e di bona fama pieni de spirito sancto e de sapientia, li quali noi ordiniamo e constituamo sopra questo tale officio. (…) che loro servino over che siano sopra quelli che servino e noi saremo continuamente servueti a loratione e predicatione; el quale parlare piacque a tuta l’adunata moltitudine e a tale officio elessero septe de quali Stephano fu el primo e fu primicerio li quali sepre furono menati dinanzi ali apostoli e egli posero le mane sopra del loco e furono ripieni de spirito sancto: dopo questo essendo Stephano pieno di gratia e di forteza faceva miraculi e segni grandi nel populo»2.

Nel telero vediamo Stefano in ginocchio che sta per essere consacrato ed i suoi sei compagni che aspettano il loro turno. A differenza del racconto, Carpaccio lascia solamente all’apostolo Pietro il ruolo di imporre le mani3.

La scena si svolge sui gradini di quello che sembra un porticato, di cui sono visibili le due piccole colonne. Possiamo immaginare che sia il Tempio di Salomone trasformato in chiesa di Pietro. Quest’ultimo è riconoscibile dall’attributo iconologico delle due chiavi che tiene in mano. Il gruppetto dei sette diaconi è riconoscibile dalla Dalmatica e dalla stola, paramenti liturgici propri del servizio. Dietro essi troviamo tre giovani donne nobilmente vestite e accanto a loro una, un po’ più anziana, con il capo coperto da uno scialle a righe che lancia uno sguardo triste alle tre ragazze. Probabilmente – come ci suggerisce Augusto Gentili – la donna più anziana è una vedova, perché si trova nel contesto dell’elezione dei diaconi, scelti, tra le altre mansioni, anche per la funzione di assistenza ad orfani e vedove 4.

Dietro questo quartetto di donne, un gruppo di uomini discutono: probabilmente parlano del problema dell’assistenza tra ebrei palestinesi ed ebrei greci. Intuiamo questo dal modo in cui sono vestiti questi signori: alcuni secondo abiti della tradizione arabo-giudaica ed altri vestiti alla foggia bizantina. Nello sfondo possiamo notare un particolare importante: sulla sinistra c’è un piccolo tempio antico un po’ diroccato, con qualche statua senza testa e, vicino, alcune colonne malconce. Questo tempio in rovina fa da contraltare alla costruzione solida e nuova dove si trova Pietro. Nello sfondo troviamo poi una collinetta dove si erige una costruzione, degli uomini, alcuni a piedi ed altri a cavallo, e al centro del quadro, all’orizzonte, il mare su cui si affaccia un castello. Tutti questi particolari ci fanno pensare al rapporto tra Gerusalemme e Roma, infatti il castello è una chiara allusione al castello di Ostia, nei pressi di Roma. Certamente a Gerusalemme non c’è il mare; Carpaccio dunque vuole farci riflettere su questa relazione: la Roma cristiana è la nuova Gerusalemme. Infatti le vicende di santo Stefano avvengo storicamente a Gerusalemme, mentre qui Carpaccio le contestualizza in ambito romano5.

In basso sono dipinti anche due animali: un pappagallo rosso con un rametto di erba nel becco ed un cane che gioca gioiosamente. Il pappagallo è simbolo dell’eloquenza e della redenzione. Il fatto che si avvicini con il becco ad un verde ramoscello ci conferma che è un simbolo positivo: la pianticella verde e fiorita fa da contraltare alle piante rinsecchite e rappresenta dunque la nuova vita data dal cristianesimo. Il cane gioca con un bambino che ha in mano un fiore; l’animale è libero di muoversi e di inchinarsi davanti al fiore della Parola. Infine, sui gradini sono seduti una donna anziana con lo sguardo perso nel vuoto ed un giovane pellegrino che fissa attentamente il momento della consacrazione di santo Stefano. Ecco che gli uomini vestiti in maniera diversa ci fanno riflettere anche sul fatto che il cristianesimo non si rivolge solamente ad un ristretto gruppo di persone, ma a persone molto differenti tra di loro. Il gruppo delle donne sembra incuriosito dalla missione dei diaconi: l’assistenza comunitaria. Il bambino, nel contesto del pensiero anti-giudaico, rappresenta l’ignoranza e l’immaturità del popolo ebraico. Questo metafora popolo ebraico/bambino è presente in altri teleri di Carpaccio, come quelli che realizza per la Scuola veneziana di San Giorgio degli Schiavoni6.

Nell’insieme, però, il bambino, la donna anziana ed il pellegrino, ricordano molti passi dell’Antico Testamento riguardo all’assistenza all’orfano, alla vedova e allo straniero7. Ricordando che ci troviamo ai piedi del tempio di Gerusalemme, questi tre personaggi ci fanno ricordare che l’assistenza non è più dovuta loro dal popolo d’Israele, ma ormai è presa in carico dalla nuova comunità cristiana che sta nascendo8.

Maestro Vincenzo


[1] Normalmente i pittori firmano i dipinti con le frasi latine come “OPERA FECIT [nome autore]” oppure, in italiano, con “[nome autore] DIPINSE”. Analizzando questi teleri notiamo che Carpaccio usa il verbo latino “FINXIT”, che significa fingere, al posto del più usato “PINXIT”, cioè pingere. Nel cartellino del telero troviamo dunque “Victor Carpathius finxit MLXI”. Questa variazione rivela la personale concezione dell’arte per l’autore: «Non c’è dubbio che Carpaccio intendesse essere esplicito in questo senso: il compito dell’artista, per lui, non era solo quello di imitare la natura, ma in qualche modo di ricrearla. Difatti, la Venezia che fa da sfondo alle sue processioni è falsa, o perlomeno non è Venezia, [così come, nel nostro caso, la città di Gerusalemme] perché è una sua rappresentazione arbitraria» (da: L’estetica delle firme, di Sergio Garufi, in http://www.caffeeuropa.it/attualita03/176arte-garufi.html, visualizzato il 1 aprile 2015).
[2]  Jacopo da Varagine, Legenda de sancti (in volgare), Venezia, Bartholomeo di Zani da Portese, 1499, Cap. XVII Santo Stefano Protomartire, 17-18.
[3] Anche il libro degli Atti degli Apostoli racconta che ad imporre le mani furono gli apostoli e non solamente Pietro: «Piacque questa proposta a tutto il gruppo ed elessero Stefano, uomo pieno di fede e di Spirito Santo, Filippo, Pròcoro, Nicànore, Timòne, Parmenàs e Nicola, un proselito di Antiochia. Li presentarono quindi agli apostoli i quali, dopo aver pregato, imposero loro le mani» (At 6, 5-6).
[4] Cfr. A. Gentili, Le storie di Carpaccio. Venezia, i Turchi, gli Ebrei, 128.
[5] Cfr. Ibidem.
[6] I riferimenti biblici di identificazione del popolo ebraico a bambini è espresso da San Paolo nella lettera agli Ebrei dove dice che il popolo ebraico è diventato lento a capire e li paragona a dei bambini che non possono mangiare cibo solido ma che debbono bere il latte.  «Su questo argomento abbiamo molte cose da dire, difficili da spiegare perché siete diventati lenti a capire. Infatti, voi che dovreste essere ormai maestri per ragioni di tempo, avete di nuovo bisogno che qualcuno v’insegni i primi elementi degli oracoli di Dio e siete diventati bisognosi di latte e non di cibo solido. Ora, chi si nutre ancora di latte è ignaro della dottrina della giustizia, perché è ancora un bambino. Il nutrimento solido invece è per gli uomini fatti, quelli che hanno le facoltà esercitate a distinguere il buono dal cattivo» (Eb 5, 11-14).
[7] Per esempio Dt 24, 17: «Non calpesterai il diritto dello straniero o dell’orfano e non prenderai in pegno la veste della vedova», oppure Zac 7,10: «…non opprimete la vedova né l’orfano, lo straniero né il povero; nessuno di voi, nel suo cuore, trami il male contro il fratello».
[8] Cfr. A. Gentili, Le storie di Carpaccio. Venezia, i Turchi, gli Ebrei, 130-133.