La disputa di santo Stefano

Vittore Carpaccio, La disputa di santo Stefano

Il telero Disputa con i dottori, del 15141, narra della discussione del santo con i dottori della Legge. Leggiamo nella Legenda Aurea:

«Pe la qualcosa li iudei havendoli invidia et odio et desiderando loro di soperchiarlo, se sforzorono convincerlo per tre modi, cioè per disputazione, per producere testimonii e con darli tormenti. Ma egli superò li desputanti, dechiaro esserli testimoni falsi e triunphò de li suoi tormenti e fu dato dal cielo ogni aiuto. […]
Facendo dunque el beato Stefano molti miracoli, e frequentemente predicando al populo, li iudei contra de lui commisero la prima bataglia acioché lo vincessero per la via della disputatione. Se levarono alquanti che erano de la sinagoga de’ libertini, […] e de’ Cirenensi […], e alcuni de la sinagoga de li Alessandrini, e de la sinagoga di quelli ch’erano da Cilicia e de Asia, disputando con Stephano. Et loro no potevano resistere ala sapientia e allo spirito che in lui parlava»2.

Non tutti gli ebrei accolgono la Parola proclamata da santo Stefano. Lo sfidano perciò a disputa teologica. La città di Gerusalemme che si vedeva nello sfondo del dipinto precedente, qui è rappresentata con un paesaggio collinare, più vicino ad un paesaggio veneto che a quello palestinese, con tanti edifici occidentali e monumenti simbolici. Infatti due elementi nello sfondo attirano la nostra attenzione: la piramide, che ci ricorda che l’episodio si svolge in oriente nonostante la vegetazione non lo suggerisca, e il monumento equestre che ricorda il monumento al Gattamelata di Donatello che si trova a Padova3.

In questo telero ritornano due personaggi che già erano presenti nel telero della predica: il vecchio con la barba bianca e il cappello da paleologo a fianco di Stefano e l’uomo con i boccoli e il cappello a punta seduto sulla panchina. Alcuni ebrei seduti sotto un portico cercano allora di disputare con il santo4. Questi non è solo: fuori dal portico alcuni confratelli della Scuola assistono alla scena5. Santo Stefano è dipinto mentre discute con fare sicuro di sé, gesticolando come se stesse enumerando qualcosa con le dita. Egli però non guarda in faccia i suoi interlocutori, guarda fuori dal quadro, quasi volesse attirare la nostra attenzione. Gli ebrei portano con loro dei libri che troviamo dipinti sui gradini. Due sono appoggiati ai gradini, in piedi ma chiusi, un altro, che appartiene all’uomo con la barba bianca e il cappuccio è aperto, posizionato sopra altri due libri chiusi. Se chiusi, sono libri inutili che non servono. Il libro aperto appoggiato vicino la base della colonna in primo piano di sinistra non appartiene agli ebrei. È un libro rivolto verso di noi, che ci interpella. Il contenuto di questo libro ci fa capire il tema dei discorsi di Stefano. Riusciamo a vedere l’intitolazione della pagina: INSA57 che possiamo tradurre con IN SA(P) 5,7 e ci riporta alla citazione biblica di Sap 5,7. Per contestualizzare, leggiamo nel libro della Sapienza anche il versetto prima e quello dopo:

«Abbiamo dunque abbandonato la via della verità,
la luce della giustizia non ci ha illuminati
e il sole non è sorto per noi.
Ci siamo inoltrati per sentieri iniqui e rovinosi,
abbiamo percorso deserti senza strade,
ma non abbiamo conosciuto la via del Signore.
Quale profitto ci ha dato la superbia?
Quale vantaggio ci ha portato la ricchezza con la spavalderia?»  (Sap 5,6-8).

È dunque una dura critica contro gli ebrei, che hanno smarrito la via della verità e della giustizia: la superbia e la spavalderia li hanno fatti allontanare dalla via del Signore e certo non hanno portato loro profitto. Questa tesi è confermata anche dal significato simbolico degli animali presenti nel dipinto. In basso dentro il porticato, nel posto dove si trovano gli ebrei troviamo una faraona, chiaro simbolo di stoltezza e di superbia. Fuori dal portico, sempre in basso, troviamo una beccaccia, simbolo positivo come tutti gli uccelli dal lungo becco. Questo simpatico uccellino si accosta a delle pianticelle verdi e ciò ci ricorda il pappagallo che ugualmente, nel telero della Consacrazione, si accostava alle pianticelle fiorite. Perciò, mentre la faraona è accostata ai superbi ebrei, la beccaccia è accostata ai sostenitori di santo Stefano, che hanno accolto la Parola6.

Maestro Vincenzo


[1] Il nome e la data sono scritte sui due piedistalli delle due colonne in primo piano.
[2] Jacopo da Varagine, Legenda de sancti (in volgare), Cap. XVII Santo Stefano Protomartire, 17-18.
[3] Cfr. G. Ludwig – P. Molmenti, Vittore Carpaccio. La Vita e le Opere, 250.
[4] Cfr. A. Gentili, Le storie di Carpaccio. Venezia, i Turchi, gli Ebrei, 135.
[5] Tra i confratelli vestiti di nero, ne possiamo notare due vestiti in rosso, alla maniera dei pittori dell’epoca , che si danno le spalle e stanno tra le colonne che delimitano il dentro e il fuori del portico. Questi sono due ritratti che possiamo identificare con due pittori: quello sotto il portico che guarda verso santo Stefano e che indica se stesso è proprio Vittore Carpaccio, Quello che guarda verso destra fuori dal portico è Giovanni Bellini (Cfr. A. Gentili, Le storie di Carpaccio. Venezia, i Turchi, gli Ebrei, 149).
[6] Cfr. Ivi, 136.