Vizi e Virtù

Parete nord
Parete nord

Nella fascia più bassa delle pareti longitudinali, Giotto dipinge quattordici raffigurazioni allegoriche che rappresentano sette vizi nella parete nord e sette virtù in quella sud. Se nelle porzioni di muro in alto l’artista dipinge il tempo passato raccontando le storie di Maria e del Salvatore, nella fascia ultima, all’altezza dello spettatore, egli dipinge il tempo presente.

Parete Sud
Parete Sud

La riflessione sulle allegorie dei vizi e delle virtù pongono l’uomo davanti alla scelta – libera – da seguire nella vita quotidiana: i vizi condurranno all’Inferno e le virtù in Paradiso. Giotto infatti realizza gli affreschi delle virtù sulla parete sud, al termine della quale lo spettatore si troverà, proseguendo con lo sguardo, a vedere nel Giudizio Universale della controfacciata la raffigurazione del Paradiso mentre, dalla parte opposta, i vizi condurranno alla sezione dedicata all’Inferno. Analizzeremo ogni singola coppia che si fronteggia sulle due pareti proseguendo, nella lettura iconografica, da est verso ovest, terminando dunque in prossimità del Giudizio Universale.

 

La prima coppia è Stultitia-Prudencia.

Prudenza e Stoltezza
Prudenza e Stoltezza

La Stoltezza è rappresentata come un uomo dal ventre gonfio che tiene sul capo una corona di piume. Egli indossa una veste cinta da una corda intrecciata, da cui pendono forse dei sonagli, che nella parte posteriore si allunga come a formare una coda di pavone. Nella mano destra tiene un bastone, simbolo di condizione primitiva, mentre rivolge lo sguardo verso l’alto tenendo aperta la bocca. La posizione della bocca simboleggia probabilmente l’ignoranza e l’arretratezza. Lo stolto è incapace di distinguere ciò che è bene da ciò che è male e dunque non è in grado di fare delle scelte corrette. Sant’Agostino nel De libero arbitrio definisce la Stultitia come il Maximum Vitium.

Il vizio della Stoltezza è contrapposto alla virtù della Prudenza. La Prudenza è rappresentata come una donna seduta dietro una scrivania nell’intento di guardarsi in uno specchio, tenuto in mano. Nell’altra tiene un compasso – simbolo della scienza – e davanti a sé ha un libro aperto. Sulla sua nuca si scorgono i lineamenti di un secondo viso, quello di un vecchio barbuto. Ella si presenta con tre volti: il suo viso come manifestazione del presente, il volto alle sue spalle come il passato e il volto riflesso nello specchio il futuro. Lo specchio rappresenta anche il guardarsi dentro di sé, per conoscersi meglio. La Prudencia traduce il termine greco phrónesis che indica l’intelligenza etica, la saggezza. Ecco qual è la cura alla Stoltezza: la saggezza, intesa come la capacità di riconoscere cosa è giusto e cosa è sbagliato, non dimenticando la memoria del passato ed approfondendo sempre più la conoscenza di sé con uno sguardo al futuro.

La seconda coppia raffigurata da Giotto è formata da Incostantia-Fortitudo.

Fortezza e Incostanza
Fortezza e Incostanza

L’Incostanza è rappresentata come una donna seduta sopra una ruota mentre scivola su una lastra di marmo inclinata. Le braccia aperte in diagonale e la veste rialzata danno l’idea del precario equilibrio in cui si trova. Nelle prove della vita quotidiana, oltre alla difficoltà di scegliere il bene ed il male, c’è anche il rischio, una volta scelto il bene, di non riuscire a conservare ferma la volontà di perseguirlo. È il rischio dell’Incostanza, incapace di mantenere l’uomo ancorato al bene.

La cura a questo male spirituale è data dalla Fortitudo. Tradotta con il termine Fortezza, è rappresentata da una forte e corazzata donna, che indossa un mantello di pelle di leone, simbolo della forza. Sul capo si nota la testa del felino utilizzata al posto dell’elmetto. Lo stesso animale è raffigurato sul grande scudo che tiene con la mano sinistra, mentre con la destra impugna una spada. La Fortezza è la virtù che permette all’uomo di mantenersi saldo e coerente nelle scelte compiute.

La terza coppia di vizi e di virtù è data da Ira-Temperantia.

Temperanza e Ira
Temperanza e Ira

L’Ira è rappresentato come una donna dai lunghi capelli e dai lineamenti del volto sfigurati, nell’atto di strappare la veste che indossa. Questo gesto ricorda quello del Sommo Sacerdote dipinto poco sopra, nella parete opposta. Nel cammino che conduce al Paradiso, le passioni mettono alla prova le scelte di ogni uomo. Tra le passioni, l’Ira è una delle più temibili, in quanto offusca la mente non permettendo alla ragione di operare correttamente. L’Ira è difficile da controllare e induce l’uomo a compiere dei gesti folli e sconsiderati.

Il rimedio di Giotto contro l’Ira è la virtù della Temperantia. La Temperanza è rappresentata come una donna serena e pacata con una briglia che le tiene chiusa la bocca. Tra le mani tiene una spada – che ricorda la forma della croce – che sta per avvolgere con delle bende in modo da renderla innocua. Le briglie sulla bocca ricordano l’importanza, in alcuni momenti della vita, di tacere invece di parlare, mentre la spada inoffensiva rappresenta l’indulgenza e la benevolenza tipici della temperanza. La Temperanza è allora la virtù che frena le passioni salvaguardando un dominio saldo della volontà su di esse.

La quarta coppia è rappresentata da Iniusticia-Iusticia.

Giustizia e Ingiustizia
Giustizia e Ingiustizia

Ingiustizia e Giustizia è la coppia centrale, forse per Giotto il perno su cui ruota tutto il ciclo di affreschi. L’Ingiustizia è rappresentata da un uomo barbuto seduto su un trono ai lati del quale si notano delle profonde crepe che denotano una certa precarietà e distruzione. Selvaggi alberelli crescono disordinati ai suoi piedi. Se a prima vista può sembrare un elegante giudice, analizzando attentamente l’affresco notiamo dei particolari inquietanti: dalla sua bocca fuoriescono delle mostruose zanne e al posto delle unghia ha dei pericolosi artigli. Egli tiene nella mano destra un’asta alla cui estremità sono visibili degli uncini, mentre nella sinistra impugna con la pelosa mano una spada. Ai piedi del trono sono rappresentate scene di guerra e di torture. L’Ingiustizia è allora un orribile tiranno avvolto da disordine, violenza, distruzione e sangue.

Il rimedio all’Ingiustizia è dato, sulla parete opposta, dalla Giustizia. Essa è dipinta come una nobile donna con una corona sul capo, seduta su un importante trono. Tra le mani tiene la bilancia dell’equità, sui cui piatti stanno due figure alate: una sta per giustiziare un malfattore, l’altra sta per apporre una corona sul capo di un giusto. Sotto il trono della Giustizia sono dipinti episodi di vita reale, serena e gioiosa. La Giustizia è dunque condizione imprescindibile per arrivare alla pace, affinché l’umanità possa vivere serena.

Fino a questo punto Giotto dipinge le virtù cardinali ed i vizi loro contrari. Le ultime tre scene riguardano invece le tre virtù teologali: la Fede, la Carità e la Speranza. Solo attraverso queste ultime tre, che sono doni diretti di Dio, si può aspirare a prendere parte alla vita beata.

La quinta coppia che dipinge Giotto rappresenta Infidelitas-Fides.

Fede e Infedeltà
Fede e Infedeltà

L’Infedeltà è rappresentata come una persona cieca, che indossa un elmetto i cui lembi coprono e simbolicamente chiudono le sue orecchie. Al collo è legata una corda tenuta salda da una fanciulla dipinta in miniatura, che sta in piedi sulla sua mano. La fanciulla tiene con la mano sinistra un alberello. L’Infidelitas è leggermente inclinata all’indietro, come ad allontanarsi dal fuoco – simboleggiante l’Inferno – che sta divampando vicino ai suoi piedi. Dalla cornice in alto a destra fuoriesce la figura di un profeta con in mano il rotolo della Parola di Dio. L’Infedeltà si presenta dunque come l’incapacità di vedere il bene e di ascoltare la Parola rivelata. Questo conduce l’infedele ad essere legato – con una corda stretta sul collo – ai falsi idoli, rappresentati dalla piccola fanciulla, e sarà perciò destinato alle fiamme dell’Inferno.

La cura all’Infedeltà è data dalla Fede, cioè la fiducia nei confronti di Dio. È rappresentata da Giotto come una donna coronata, che tiene in mano una croce astile e una pergamena dove è possibile leggere le prime parole del Credo. La croce astile poggia sui cocci di una statuetta in frantumi, probabilmente un idolo pagano. La Fede tiene legata al cinto una chiave, forse un richiamo alla chiave del Regno dei Cieli affidata da Gesù a Pietro. La veste della Fede presenta però dei tagli, che sembrano buchi causati da spade; questi segni simboleggiano presumibilmente le eresie e gli scismi che si sono susseguiti nel corso dei secoli e che hanno minacciato – e continuano a minacciare – l’integrità della fede. Negli angoli della cornice, due angeli si affacciano devotamente verso di essa. La Fede calpesta dei fogli sopra cui si scorgono segni che rimandano alla cabala e allo zodiaco: sono le false credenze degli uomini, schiacciate sotto i piedi dalla Fede che trionfa ieraticamente.

La sesta coppia raffigura il binomio Invidia-Karitas.

Carità e Invidia
Carità e Invidia

L’Invidia è dipinta come una vecchia signora, dalle grandi orecchie deformi e dai lunghi artigli sulle dita; sulla testa porta delle bende che nascondono un serpente, il quale sembra fuoriuscire dalla bocca per ritorcersi contro di lei, in direzione degli occhi. L’Invidia tiene avidamente nel pugno sinistro un sacchetto di denari. Ai suoi piedi arde un fuoco: ella è arsa dal desiderio di far del male agli altri. Etimologicamente l’Invidia è il «vedere male gli altri», ed implica il soffrire quando essi stanno godendo – secondo gli invidiosi – immeritatamente. L’Invidia è avida e cieca, vittima di sé stessa, incapace di gioire delle felicità altrui. Il primo e più grande invidioso è Lucifero, che mal vede Dio.

La cura all’invidia è la Karitas. La Carità, la più alta forma dell’amore, è rappresentata come una soave fanciulla che porge, con la mano sinistra, il proprio cuore a Dio, dipinto in alto nelle fattezze di Gesù mentre, con entrambe le mani, accoglie l’offerta ricevuta. La Carità, nella mano destra, tiene un canestro pieno di spighe di grano, boccioli di rose, melograni, una castagna e una noce. I fiori e i frutti del canestro sono tutti simboli cristologici che ricordano la passione di Gesù. La Carità è l’unica delle virtù dipinta con l’aureola, dentro la quale sono visibili tre fiamme che ricordano il nimbo crociato di Cristo: sono le fiamme d’amore che ardono in lei, esattamente contrarie rispetto alle fiamme che bruciano nell’Invidia. Sotto i piedi della Carità giacciono sacchi di monete a significare che il denaro non può condurre a Dio; soltanto l’amore riesce nell’impresa. La Carità, raffigurata con questi attributi, si presenta quasi come un alter ego di Cristo, il quale con la sua incarnazione, predicazione, passione, morte e resurrezione è venuto a mostrare, in estrema sintesi, che «Dio è Amore».

L’ultima coppia di vizi e virtù con cui termina il percorso conducendo da un lato all’Inferno e dall’altro in Paradiso, è data dalla Desperatio-Spes.

Speranza e Disperazione
Speranza e Disperazione

La Disperazione è rappresentata da una donna impiccata, con i pugni stretti e le braccia allargate, colta negli ultimi istanti di sofferenza prima della morte. La sua anima sta per essere afferrata con un uncino da un diavolo che sembra scendere, dall’Inferno della controfacciata, verso di lei. Il gesto estremo della donna ricorda quello di Giuda, raffigurato alla stessa maniera nell’Inferno del Giudizio Universale. La Disperazione è uno dei peccati più gravi perché nega l’onnipotenza e la misericordia di Dio. L’uomo disperato uccide il suo corpo e con esso condanna la sua anima perché privo della speranza di ottenere il perdono divino.

La cura alla Disperazione è allora la virtù teologale della Speranza, rappresentata come una donna alata, che leggiadra si innalza a ricevere il premio divino offertole da un angelo: la corona della vittoria e della gloria. La Speranza trova la sua fonte nella Fede in Dio e tanto maggiore è la Fede, tanto più grande è la Speranza. Anche nella vita terrena il fedele, sperando in Dio, potrà realizzare il Regno dei Cieli, sicuro di ottenere, un giorno, la felicità eterna. La Speranza sostiene e aiuta nei momenti di incertezza e insieme alla Fede e alla Carità – le altre due virtù teologali – spalanca le porte del Paradiso.

Maestro Vincenzo