Le storie di Gioacchino ed Anna, genitori di Maria

La narrazione comincia in quello che possiamo chiamare il primo registro, cioè la parte alta della parete sud, con le storie di Gioacchino ed Anna, genitori di Maria. Per dipingere queste scene Giotto attinge a varie fonti come il vangelo apocrifo dello pseudo-Matteo (PM), il protovangelo di Giacomo (PG), il De Nativitate Mariae, la Legenda Aurea di Jacopo da Varazze. Queste fonti raccontano di Gioacchino, un pastore della tribù di Giuda, il quale è un uomo timorato di Dio che offre parte dei suoi guadagni ai bisognosi. Divide i suoi ricavati in tre parti: una parte la dona agli orfani, alle vedove ai pellegrini e ai poveri, una parte la dona ai sacerdoti, per il culto, e una parte la tiene per sé. Il Signore benedice il suo lavoro non facendogli mancare nulla. All’età di vent’anni sposa Anna, sempre della tribù di Giuda, ma dopo vent’anni di matrimonio non riescono ad avere figli. Da qui comincia il racconto di Giotto.

 

La cacciata di Gioacchino dal Tempio

Cacciata di Gioacchino dal tempio

La prima scena dipinta dal pittore racconta che:

«Nei giorni di festa tra coloro che offrivano incenso al Signore si trovava pure Gioacchino preparando le sue offerte alla presenza del Signore. Avvicinatosi a lui un sacerdote di nome Ruben, disse: – Non ti è lecito restare tra quelli che offrono sacrifici a Dio, poiché Dio non ti ha benedetto dandoti una discendenza in Israele. – Pieno di vergogna davanti al popolo si allontanò piangendo dal Tempio del Signore e non ritornò a casa» (PM 2,1a) .

Nel primo affresco, Gioacchino è raffigurato a Gerusalemme. Nel giorno del Signore egli porta un agnello nel Tempio come sacrificio offerto a Dio. Giotto dipinge in maniera originale e simbolica il Tempio di Gerusalemme attraverso la rappresentazioni di elementi che venivano usati per realizzare alcuni presbiteri del 1200: una struttura alzata da un gradino e contornata da un parapetto, con al centro un ciborio sorretto da quattro colonne tortili. Sotto il ciborio è posto un altare sopra cui è poggiata l’Arca dell’Alleanza. A fianco, una scala conduce ad una sorta di pulpito sorretto da colonne. Dentro il Tempio un sacerdote benedice un giovane, mentre fuori, sul gradino, il sacerdote Ruben, vestito di verde, spinge in malo modo Gioacchino fuori dal luogo sacro. I sacerdoti portano sul capo i Tefillin, custodie che contengono passi della Torah. L’irruenza del sacerdote si scorge dal modo con cui manda via il santo genitore di Maria: mentre con la mano sinistra, appoggiata sulla spalla, lo spinge, con la mano destra lo strattona prendendo nel pugno la veste in un gesto umiliante. Gioacchino si volta guardando negli occhi l’anziano sacerdote, con l’espressione del viso corrucciata ed amareggiata. Con l’agnellino ancora in mano si accinge a lasciare quel luogo[3].

Gioacchino fra i pastori

Gioacchino tra i pastori

Nella seconda scena Giotto dipinge Gioacchino che si avvia tra i monti con il suo bestiame e con dei pastori, probabilmente dei suoi subalterni. Lo pseudo-Matteo narra che:

«[…] si recò dalle sue bestie portando con sé, nei monti, i pastori in terra lontana, di modo che per cinque mesi Anna, sua moglie, non potesse avere sue notizie» (PM 2,1b).

Il brano non dice molto, ma Giotto realizza graficamente ed in maniera poetica quello che il testo lascia solo immaginare. Nell’affresco, Gioacchino si avvicina ai due giovani pastori con sguardo basso e triste, passo lento, quasi rassegnato per l’umiliazione ricevuta nel Tempio. Le braccia incrociate sul ventre danno ancora più l’idea di chiusura in sé stesso. Il mantello rosso, che si poggia sulle spalle ricurve, ricopre anche le mani, quasi a voler ricordare l’indegno sacrificio offerto nella scena precedente. I due pastori si scambiano degli sguardi come ad interrogarsi sullo stato d’animo dell’anziano uomo. Sembra che essi stiano decidendo le parole giuste per accoglierlo. Tra le pecore che escono fuori da una capanna, spicca un vivace cagnolino che corre incontro a Gioacchino. Questa dicotomia di stati d’animo tra l’uomo triste ed il cagnolino festoso, rende la scena ancora più espressiva. Sullo sfondo di un paesaggio roccioso spunta, come per miracolo, della vegetazione. Forse questi alberelli che fanno apparire fertile una sterile roccia ed il cagnolino scodinzolante vogliono anticipare una lieta notizia che sarà rivelata in seguito?

 

L’annuncio ad Anna

Annuncio ad Anna
Annuncio ad Anna

Nel terzo dipinto il pittore rappresenta la moglie di Gioacchino, Anna:

«Essa piangendo nella sua preghiera, diceva: – Signore, Dio santissimo di Israele, già non mi hai dato figli, e perché mi hai tolto il marito? Ecco che sono già due mesi che non vedo mio marito. Non so se è morto; se lo sapessi morto gli darei la sepoltura.  – […] Signore Dio onnipo­tente che hai dato figli a ogni creatura, alle bestie e ai giumenti, ai serpenti, agli uccelli e ai pesci, e tutti gioiscono dei loro figli, solo me hai escluso dal dono della tua benignità. Tu, Dio, co­nosci infatti il mio cuore e come all’inizio del mio matrimonio confesso di avere fatto voto che, qualora tu, Dio, mi avessi dato un figlio o una figlia, te li avrei offerti nel tuo Tempio santo. Mentre diceva queste cose, le apparve improvvisamente davanti un angelo del Signore, dicendo: – Non temere, Anna, poiché la tua discendenza è nel consiglio di Dio: ciò che infatti nascerà da te, sarà ammirato in tutti i secoli fino alla fine» (PM 2, 2-3).

Giotto dipinge Anna all’interno di una stanza la cui architettura richiama elementi classici. Da notare infatti, nel timpano, la figura del Salvatore nel clipeo, sorretto da due angeli. L’assenza di un muro rende visibile la scena che si svolge all’interno. Con il volto segnato dalle rughe, Anna è inginocchiata con le mani giunte e lo sguardo fisso verso l’angelo che, con il braccio rivolto verso lei, si affaccia dalla stretta finestra della camera per annunciarle la futura maternità. Questo modo di affacciarsi dell’angelo ricorda le sacre rappresentazioni che si svolgevano il 25 marzo nei pressi dell’Arena degli Scrovegni. L’arredamento della camera è semplice: in essa si trovano oggetti di uso quotidiano e vengono verosimilmente rispecchiate le proporzioni volumetriche. L’ancella, posta all’esterno nel sottoscala, continua a filare ignara di quello che sta succedendo dentro.

 

Il sacrificio di Gioacchino

Sacrificio di Gioacchino
Sacrificio di Gioacchino

Il quarto dipinto rappresenta due scene in una. La prima racconta dell’apparizione dell’angelo a Gioacchino:

«Nello stesso tempo, sui monti ove pasceva le sue greg­ge, apparve a Gioacchino un giovane e gli disse: – Perché non ritorni da tua moglie? – Rispose Gioacchino: – L’ho avuta per vent’anni e Dio non mi volle concedere figli da lei. Io quin­di, dopo che mi fu rinfacciato, mi allontanai dal Tempio del Signore con ignominia. […] Dopo che ebbe detto questo, il giovane gli rispose: – Io sono un angelo di Dio e oggi sono apparso a tua moglie che piangeva e pregava, e l’ho consolata: sappi che dal tuo seme concepì una figlia e tu, ignorandolo, l’hai lasciata. Questa starà nel Tempio di Dio, su di lei riposerà lo Spirito santo, e la sua beatitudine sarà superiore a quella di tutte le donne sante, sicché nessuno potrà dire che prima di lei ce ne sia stata un’altra ugua­le: né, in questo mondo, dopo di lei ce ne sarà un’altra. Discen­di perciò dai monti, ritorna dalla tua sposa e la troverai in stato interessante» (PM 3, 1-2).

La seconda scena rappresenta il sacrificio che l’angelo gli ordina di fare:

«Adorando l’angelo, Gioacchino gli disse: – Se ho tro­vato grazia davanti a te, siediti un po’ nella mia tenda e bene­dici il tuo servo. – L’angelo gli rispose: – Non dirti, servo, ma conservo: siamo infatti servi di uno stesso Signore. Ma il mio cibo è invisibile e la mia bevanda non può essere vista da alcun mortale. Perciò non mi devi pregare di entrare nella tua tenda; se hai intenzione di darmi qualcosa, offrila in olocausto al Signore. – Gioacchino prese allora un agnello immacolato e disse all’angelo: – Non avrei osato offrire un olocausto al Si­gnore se il tuo ordine non mi avesse dato il potere sacerdotale per offrirlo. – L’angelo gli rispose: – Non ti avrei invitato ad of­frire, se non avessi conosciuto la volontà del Signore. – Ora, mentre Gioacchino offriva il sacrificio a Dio, l’angelo e il pro­fumo del sacrificio salirono con il fumo in cielo» (PM 3, 3).

La scena si svolge sempre tra le deserte montagne di prima, con un gruppo di pecorelle che assistono alla vicenda. Gioacchino è inginocchiato davanti all’angelo con le mani poggiate a terra, in un gesto di proskinesis. L’angelo, dritto davanti a lui, lo interroga e gli annuncia la nascita di una figlia. I due sguardi si incrociano: quello dell’angelo pronto al dialogo, quello di Gioacchino predisposto all’ascolto. A sinistra vi è un pastore, con un cappello legato al collo e le mani giunte; egli sosta dritto, dietro l’anziano. La posa del pastore è innovativa: guardando il corpo dal basso verso l’alto notiamo che egli poggia i piedi, coperti da calzari, su una roccia; salendo però, il suo corpo tende a torcersi leggermente fino a mettersi con il volto quasi di profilo. Il pastore fissa lo sguardo a mezz’altezza, verso la seconda parte della narrazione, che si apre quando l’angelo ordina a Gioacchino di offrire il sacrificio. Giotto dipinge, su uno sperone di roccia, un altare per gli olocausti con del fuoco acceso che sta consumando i resti dell’offerta. Il fumo prodotto dall’agnello, di cui ormai si vedono solo le ossa, sale verso l’alto. Guardando attentamente sopra l’altare, si scorge una figura di un angelo che, insieme al fumo, ascende al cielo. Il pastore sta fissando proprio questo particolare: l’offerta di Gioacchino sale a Dio che benedice e accetta l’offerta con la sua mano divina visibile nel cielo.

 

Il sogno di Gioacchino

Sogno di Gioacchino
Sogno di Gioacchino

Il quinto affresco di questa prima parte del ciclo raffigura Gioacchino che riceve in sogno la visione dell’angelo, il quale lo invita ad andare da Anna.

«Mentre Gioacchino discuteva in cuor suo se ritornare o no, fu preso da un sopore e gli apparve in sogno l’angelo, che già gli era apparso quand’era sveglio, dicendo: – Io sono l’angelo datoti da Dio per custode: discendi sicuro e ritorna da Anna, poiché le opere di misericordia che avete fatto tu e tua moglie Anna sono state riferite al cospetto dell’Altissimo: Dio darà a voi un frutto tale, quale fin dall’inizio non ebbero mai i profeti né mai avrà alcun santo» (PM 3, 4).

Giotto dipinge Gioacchino seduto a terra mentre riposa, coperto dal suo bellissimo mantello rosso che lascia visibile solamente il volto. Sono presenti alla scena i due soliti pastori con le pecorelle e il cane che, in un affresco precedente, correva incontro Gioacchino. L’anziano uomo riposa davanti alla capanna delle pecore e l’ambientazione è sempre la montagna rocciosa con poca vegetazione. Nell’azzurro del cielo Giotto dipinge un angelo in volo che si rivolge verso Gioacchino con il braccio proteso in avanti. La figura dell’angelo non è intera: essa, dalla vita in giù, è sfumata in una nuvoletta come a significare che esso appartiene ad un altro mondo. Se da un lato questa modalità avvicina la figura dell’angelo alla soprannaturalità, un altro particolare lo rende invece più concreto. Giotto dipinge infatti le ali in maniera molto realistica: formate da grandi piume colorate, sembrano prese in prestito da un grosso uccello.

 

L’incontro di Gioacchino ed Anna alla Porta Aurea

Incontro tra Gioacchino e Anna alla Porta Aurea
Incontro tra Gioacchino e Anna alla Porta Aurea

Il sesto affresco, ultimo del primo registro della parete sud, racconta dell’incontro tra Gioacchino ed Anna alla Porta Aurea di Gerusalemme.

«Dopo che da trenta giorni erano nel cammino di ritorno e ormai vicini, l’angelo del Signore apparve ad Anna mentre stava ritta in preghiera, e le disse: – Va’ alla cosiddetta Porta aurea, fatti incontro a tuo marito: oggi infatti verrà da te. – Svelta essa gli corse incontro con le sue ragazze e, supplicando il Signore, restò in lunga attesa presso la porta. Quando per la prolungata attesa stava venendo meno, alzando gli occhi vide Gioacchino che, lontano, veniva con le bestie. Gli corse incontro, si appese al suo collo rendendo grazie a Dio e dicendo: ero vedova ed ecco non lo sono più; ero sterile ed ecco ho già con­cepito. Quindi dopo avere adorato il Signore, entrarono. A questa notizia, grande fu la gioia in tutti i suoi vicini e amici, al punto che tutta la terra d’Israele si rallegrò di questa notizia»(PM 3, 5).

Non ci sono riferimenti storici di una cosiddetta «Porta Aurea» a Gerusalemme. La porta è un’invenzione letterale dello scrittore apocrifo per simboleggiare un importante avvenimento: il concepimento miracoloso di Maria. La porta è sinonimo allora di apertura di un nuovo tempo della Salvezza che sta per arrivare. Gioacchino corre incontro ad Anna; i due si abbracciano teneramente e, accostando le loro labbra, danno luogo ad un dolce bacio che, secondo la tradizione, rappresenta il momento del concepimento di Maria. Dietro Gioacchino, un pastore con una cesta in mano e un bastone sulla spalla, partecipa alla scena. Dall’architettura da cui esce Anna si affacciano quattro donne ricoperte da abiti colorati; sono probabilmente le ancelle di Anna, una della quali tiene in mano il mantello di vaio della sua padrona. Tra queste emerge una quinta donna velata di nero, l’unica che, coprendosi il viso, non guarda la coppia di anziani coniugi. Qualche studioso accosta la figura di questo personaggio ad una vedova, qualche altro alla rappresentazione simbolica della sinagoga, incapace di vedere in quel gesto i primordi dell’avvento cristiano. Altri ancora rimandano alle controverse riflessioni teologiche presenti all’epoca sul tema dell’immacolata concezione di Maria. Per quanto riguarda l’ambientazione, il portale, le mura con le torri e il ponte su cui si svolge l’incontro fanno parte di una composizione di monumenti romani che il pittore, probabilmente, aveva visto a Rimini qualche anno prima.

Maestro Vincenzo