Le storie di Cristo – L’infanzia

La Natività di Gesù Cristo 

Natività di Gesù
Natività di Gesù

Il ciclo prosegue con le cinque storie, poste sulla parete sud nel registro centrale, che riguardano l’infanzia di Cristo. Il primo affresco narra la nascita del Messia. Dall’apocrifo conosciamo che un angelo apparve a Maria e Giuseppe mentre erano in viaggio verso Betlemme. Ad un certo punto:

«L’angelo ordinò di fermare il giumento, essen­do giunto il tempo di partorire; comandò poi alla beata Maria di discendere dall’animale e di entrare in una grotta sotto una caverna […]. Ivi generò un maschio, circon­data dagli angeli mentre nasceva; quando, nato, stava ritto sui piedi essi lo adorarono dicendo: “Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà”. Anche i pastori di pecore asserivano infatti di avere vi­sto degli angeli che, nel cuore della notte, cantavano un inno, lodavano il Dio del cielo e dicevano che era nato il salvatore di tutti, che è Cristo Signore, nel quale sarà ridata la salvezza a Israele. […] Tre giorni dopo la nascita del Signore nostro Gesù Cristo la beatissima Maria uscì dalla grotta e, entrata in una stalla, depose il fanciullo in una mangiatoia, e il bue e l’asino l’adorarono» (PM 13 e 14).

L’artista dipinge l’avvenimento in un paesaggio prevalentemente montuoso: è evidente lo sfondo roccioso che copre quasi interamente il panorama lasciando intravedere, nella parte alta, una piccola porzione del cielo. La nascita del Messia, nello scritto apocrifo dello Pseudo-Matteo, avviene in una grotta, mentre in un secondo momento la sacra famiglia si sposta in una stalla. Giotto riassume il racconto inserendo in un’unica scena tutti i particolari: l’artista riesce a fare sintesi dei due luoghi dove si svolgono i fatti – la grotta e la stalla – realizzando una capanna di legno poggiata su una spianata di roccia leggermente inclinata. Sotto di essa, distesa su un lato, sta Maria, ricoperta da un mantello azzurro ormai andato deteriorato come gran parte dell’azzurro del cielo dipinto a secco e non ad affresco. La posizione della Vergine è innovativa: ella è distesa nell’intento di compiere una torsione per protrarsi verso suo figlio, teneramente tenuto tra le braccia. Una nutrice, fuori dalla capanna, porge alla madre il Bambino Gesù, cosciente e vigile, avvolto in fasce; il piccolo sta per essere adagiato nella mangiatoia vicino al bue e all’asinello. Il nimbo dorato, realizzato in rilievo su tutti i personaggi principali, in Gesù diventa crociato e da questo momento in poi sarà il suo segno distintivo. Gesù e Maria si osservano intensamente, in uno sguardo che denota la consapevolezza, che hanno entrambi, della speciale missione che attende il Messia. Poco sotto, Giuseppe riposa seduto davanti alla capanna, assorto in un sonno ristoratore. Egli sta nel posto di chi fa la guardia, ma nello stesso tempo dorme, forse a ricordare il sogno in cui gli si manifesta l’angelo togliendogli il dubbio sulla sincerità di Maria e sull’origine divina del figlio che aspettava. Nel cielo sopra la capanna, intanto, volano cinque angeli che cantano inni di lode. Uno di loro, all’estrema destra, rivolto verso i due pastori, annuncia loro la nascita del Messia atteso.

L’adorazione dei magi

Adorazione dei Magi
Adorazione dei Magi

Il secondo affresco del ciclo dell’infanzia di Gesù rappresenta il momento in cui i Magi si recano ad adorare Gesù.

«Trascorso il secondo anno, dei magi vennero dall’Oriente a Gerusalemme portando grandi doni. E subito interrogarono i Giudei, dicendo: – Dov’è il re che vi è nato? In Oriente infatti abbiamo visto la sua stella e sia­mo venuti ad adorarlo. […] Mentre i magi se ne andavano per la strada, apparve loro la stella che, precedendoli fino a quando giunsero ove era il fanciullo, fu quasi la loro guida. Vedendo la stella, i magi si rallegrarono con grande gioia, ed entrati nella casa trovarono il bambino Gesù seduto sul grembo di sua madre. Aprirono allora i loro tesori e regalarono grandi doni alla beata Maria e a Giu­seppe. Al bambino poi offrirono ciascuno una moneta d’oro; così pure uno offrì oro, un altro incenso, il terzo mirra. Volevano ritornare dal re Erode, ma in sonno furono avvisati da un angelo di non ritornare da Erode. Per un’altra strada se ne ritornarono nella loro regione» (PM 16, 1-2).

In alto, sopra la capanna, una grande stella attraversa il cielo: è una cometa lucente che indica ai Magi dove trovare il Cristo. Sotto la capanna Maria, seduta in maestà, tiene sulle ginocchia Gesù ancora avvolto in fasce ma rivestito da un prezioso mantello decorato con oro. Il Salvatore, un po’ cresciuto rispetto all’affresco precedente, seduto sulle ginocchia di Maria ma con la schiena e la testa in posizione eretta, fissa i doni portati dai Magi. Giuseppe, alla destra della Vergine, china il capo con riverenza, davanti al corteo di sovrani che adorano il bambino. Due angeli, uno appena fuori la capanna con in mano il primo dono portato dai Magi e l’altro – appena abbozzato – dietro Maria, sono disposti in modo tale che, insieme alla Sacra Famiglia, compongano una formazione a croce. Il primo sovrano arrivato ad adorare il Messia – dopo aver appoggiato a terra la propria corona – gli si inginocchia innanzi apprestandosi a baciargli i piedi. Gli altri due aspettano il loro turno con i doni in mano. Dietro di loro, uno scudiero afferra per le briglie uno dei due cammelli dipinti a sinistra, utilizzati per affrontare il viaggio. I due animali sono dipinti da Giotto in maniera curiosa, quasi idealizzata, forse perché l’artista non ne aveva mai visto realmente uno.

La presentazione di Gesù al Tempio

Presentazione di Gesù al Tempio
Presentazione di Gesù al Tempio

Il terzo affresco del secondo registro della parete sud rappresenta la presentazione di Gesù al Tempio.

«Terminati i giorni della purificazione di Maria, secondo la legge di Mosè, Giuseppe con­dusse il fanciullo al Tempio del Signore. Dopo che il fanciullo ebbe ricevuto il “peritomo” – “peritomo” significa circon­cisione – offrirono per lui un paio di tortore o due piccini di colombe. Nel Tempio c’era un uomo di Dio, perfetto e giusto, di nome Simeone, di anni centododici. […] Visto il bam­bino, egli esclamò a gran voce: – Dio visitò il suo popolo, e il Signore adempì la sua promessa. – E subito l’adorò. Dopo lo prese nel suo mantello e baciando i suoi piedi, disse: – Ora, o Signore, lascia andare in pace il tuo servo poiché i miei occhi videro la tua salvezza che hai preparato al cospetto di tutti i popoli, luce per illuminare le genti e gloria di Israele, tuo popolo. Nel Tempio c’era pure la profetessa Anna, […] anch’essa adorò il bambino affermando che in lui c’è la redenzione del mondo» (PM 15, 1-3).

Nel dipinto di Giotto, la scena si svolge davanti al Tempio, simboleggiato da un ciborio sorretto da colonne tortili che ricopre un altare frontalmente decorato. Maria, con le braccia protese in avanti, consegna il bambino al vecchio Simeone. Anche il Cristo ha un braccio rivolto verso Maria, come a voler tornare – a conferma di un’antica leggenda – in braccio alla madre. Gesù, vestito con una importante veste rossa, guarda intensamente Simeone. Giotto, da questo momento in poi, farà indossare al Messia sempre la stessa veste. Obbedendo alla legge mosaica Giuseppe, alle spalle di Maria, tiene in mano due colombe per l’offerta sacrificale. Dietro lo sposo di Maria, un’accompagnatrice ammira l’avvenimento. Sia il sopra citato testo apocrifo, sia il vangelo di san Luca, confermano la presenza nel Tempio della profetessa Anna che riconosce il bambino Gesù come il Messia atteso. Giotto la dipinge come una donna anziana, vicino a Simeone. Ella tiene in mano un rotolo con su scritta la profezia quoniam in isto erit redemtio seculi: «poiché in costui sarà la redenzione del tempo». Sopra la profetessa Anna, un angelo tiene in mano una spiga di grano dorata, profetico simbolo dell’Eucarestia.

La fuga in Egitto

Fuga in Egitto
Fuga in Egitto

Nel quarto affresco viene rappresentato il viaggio intrapreso dalla Sacra Famiglia verso l’Egitto per fuggire dalla minaccia di Erode che voleva uccidere tutti i nati maschi sotto i due anni di età.

«Un giorno prima che avvenisse questo, Giuseppe fu av­vertito in sogno da un angelo del Signore che gli disse: – Pren­di Maria e il bambino e va’ in Egitto per la via del deserto. – Giuseppe eseguendo l’ordine dell’angelo, partì. Giunti a una certa grotta volevano riposarsi in essa e la beata Maria discese dal giumento e, seduta, teneva il fanciullo Gesù nel suo grembo. Con Giuseppe c’erano tre ragazzi e con Maria una ragazza che facevano la stessa strada» (PM 17 e 18).

Sullo sfondo di un paesaggio montuoso, Giotto dipinge al centro, in primo piano, un asino che trasporta sul dorso Maria e il piccolo Gesù. Il Bambino è assicurato da una tracolla di stoffa legata sul collo della madre, che a sua volta lo sostiene teneramente con entrambe le mani. Giuseppe tiene in mano un bastone ed una cesta di vimini contenente, probabilmente, i viveri per il viaggio. Egli conduce la sua famiglia verso l’Egitto guidato ad un angelo che dall’alto gli indica la strada. Leggendo il testo dello pseudo-Matteo comprendiamo chi sono gli altri personaggi presenti nel dipinto. Giotto dipinge tre ragazzi dietro l’asino mentre una ragazza accompagna Maria tenendo con una mano la briglia dell’animale. Più che una fuga, sembra un tranquillo viaggio. Questo affresco, in realtà, è ricco di particolari simbolici. La giovane che accompagna Maria è vestita di nero, ha una borraccia al cinto e una coroncina di edera sulla testa. Ella cammina guardando l’angelo. Il colore nero dell’abito richiama il lutto, la morte, simbolo del supplizio di tanti innocenti per ordine del re Erode. L’edera, al contrario, è simbolo dell’immortalità perché è una pianta sempre-verde che resiste al freddo dell’inverno, rifiorendo dopo un’apparente morte. L’edera ci ricorda allora la passione e la resurrezione di Gesù. Davanti all’asino è presente un pericoloso avvallamento del terreno. L’animale alza la zampa senza quasi accorgersi del pericolo a cui va incontro. La fuga verso l’Egitto è allora un viaggio simbolico, pieno di tormenti e pericoli, verso il destino redentivo di Cristo.

La strage degli innocenti

Strage degli innocenti
Strage degli innocenti

Nel quinto ed ultimo affresco dell’infanzia di Gesù, Giotto dipinge l’attuazione del crudele ordine emanato da Erode. Egli, con l’obbiettivo di uccidere Gesù, ordina la strage di tutti i bambini maschi con meno di due anni di età

«Erode vedendo che era stato burlato dai magi, ne ebbe il cuore rigonfio, e mandò per ogni strada volendo prenderli e ucciderli. Non trovandoli affatto, mandò nuovamente in Be­tlemme e in tutti i suoi confini a uccidere tutti i fanciulli che trovò dai due anni in giù, in base al tempo in cui si era infor­mato dai magi» (PM 17, 1).

Erode, dall’alto della loggia del suo palazzo comanda di iniziare la carneficina. La straziante disperazione che emerge dagli sguardi tormentati delle madri viene evidenziata dalle lacrime che rigano il loro viso. A sinistra, tre soldati, con un elmetto in testa, si rifiutano si eseguire l’ordine emanato dal re. Uno di loro si gira dalla parte opposta per non osservare il massacro. Ad eseguire la condanna sono invece altri tre uomini malamente vestiti: con brutale forza strappano dalle mani delle madri piangenti i nudi infanti i cui corpi vengono accatastati sulla fredda terra. Sullo sfondo della vicenda, fa da contraltare un edificio puntiforme con contrafforti e cappelle laterali, simile ai battisteri che venivano realizzati all’epoca dell’artista in occidente. Giotto, dipingendo questo edificio – simbolo di vita nuova – ricorda che fin dall’antichità cristiana, la strage degli innocenti era tipologicamente associata al sacramento del battesimo come figura del battesimo di sangue.

Maestro Vincenzo