Le storie di Cristo – La Pasqua

L’ingresso di Gesù a Gerusalemme

L'ingresso di Gesù a Gerusalemme
L’ingresso di Gesù a Gerusalemme

La storia della Passione comincia con l’ingresso di Gesù a Gerusalemme mentre, accompagnato dai dodici apostoli, si reca per la celebrazione della Pasqua ebraica.

«I discepoli andarono e fecero quello che aveva ordinato loro Gesù: condussero l’asina e il puledro, misero su di essi i mantelli ed egli vi si pose a sedere. La folla, numerosissima, stese i propri mantelli sulla strada, mentre altri tagliavano rami dagli alberi e li stendevano sulla strada. La folla che lo precedeva e quella che lo seguiva, gridava: “Osanna al figlio di Davide! Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Osanna nel più alto dei cieli!”» (MT 21, 6-9).

Al centro dell’affresco, Gesù viene dipinto sul dorso di un asino. Egli, con una mano tiene le redini dell’animale e con l’altra benedice la folla davanti a sé. Dietro il Messia, il gruppo degli apostoli, guidati da Pietro, lo segue. A destra, la città di Gerusalemme viene raffigurata da due torri e da una grande porta dalla quale esce la folla – composta da donne, uomini (di cui uno probabilmente ammalato, fasciato sulla testa) e bambini – che accoglie la comitiva riconoscendo in Gesù il Messia atteso. Alcuni particolari confermano tale riconoscimento: due bambini davanti all’asino sventolano rametti di ulivo. In basso a destra, l’artista dipinge tre adulti nell’atto di togliersi le vesti per realizzare un tappeto sul quale far passare colui che viene nel nome del Signore. Queste tre persone sono rappresentate in pose molto realistiche: una, inginocchiata, ha appoggiato il mantello a terra sopra il quale sta passando l’animale, l’altra sta per sfilarsi il mantello dalla testa, il terzo, un uomo, è impegnato a togliersi la veste a partire dalla manica. Nell’azzurro cielo si ergono degli alberi di ulivo su cui si arrampicano dei giovani per staccare rametti o forse per vedere meglio la comitiva. L’asino rimanda allo stesso dipinto nell’affresco della Fuga in Egitto, sulla parete opposta. In quella occasione Gesù scappava dalla minaccia di morte comandata dal re Erode, qui invece va incontro al fatale destino che, poco prima, aveva preannunciato ai suoi amici. Gli apostoli infatti sembrano preoccupati per quello che dovrà succedere.

Quadrilobo 1
Giudeo afferrato per il lembo del mantello

Il tema del riconoscimento messianico viene ripreso dal quadrilobo che precede l’affresco, dove è dipinto un uomo con barba e capelli bianchi che sta sollevando un lembo del proprio mantello. Questo gesto, nell’Antico Testamento, ricordava l’obbligo di fedeltà alla legge di Dio. Non è dunque un gesto casuale, in quanto fa riecheggiare le parole del profeta Zaccaria riguardo al riconoscimento del Messia: «In quei giorni, dieci uomini di tutte le lingue delle nazioni afferreranno un Giudeo per il lembo del mantello e gli diranno: “Vogliamo venire con voi, perché abbiamo udito che Dio è con voi”» (Zac 8, 23). Anche nel Vangelo secondo Matteo ritorna l’elemento del mantello, quando la folla di Gennèsaret, avendo riconosciuto in Gesù il Messia, chiede di toccare almeno l’orlo del suo mantello per poter ricevere la guarigione. Infine, il tema del mantello viene ripreso nell’entrata trionfale di Gesù a Gerusalemme con la folla che li stende a terra su cui far passare il Figlio di Davide. L’entrata nella Città Santa è dunque il compimento della parola annunciata dal profeta Zaccaria che, nel capitolo successivo, continua così: «Esulta grandemente, figlia di Sion, giubila, figlia di Gerusalemme! Ecco, a te viene il tuo re. Egli è giusto e vittorioso, umile, cavalca un asino, un puledro figlio d’asina» (Zac 9, 9).

La cacciata dei mercanti dal Tempio

Cacciata dei mercanti dal Tempio
Cacciata dei mercanti dal Tempio

Nell’ultimo affresco del registro mediano della parete nord, Giotto riproduce il brano biblico della cacciata dei venditori dal Tempio.

«Si avvicinava intanto la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. Trovò nel Tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e, là seduti, i cambiamonete. Allora fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori dal Tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: “Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!”. I suoi discepoli si ricordarono che sta scritto: Lo zelo per la tua casa mi divorerà» (GV 2 , 13-17).

Gesù, posto in primo piano al centro dell’affresco, è dipinto in un moto d’ira. Nella mano destra tiene una cordicella con cui sembra intenzionato a colpire i mercanti e con l’altra mano afferra per l’abito un uomo vestito di viola che tiene ancora in mano una gabbia vuota. È un venditore di animali, probabilmente di colombe, una delle quali è messa in salvo da un bambino, poco distante, nascosto sotto il mantello di Pietro. Accanto al venditore, un altro mercante apre le braccia in segno di resa voltandosi verso lo sguardo severo di Cristo. A destra dell’affresco, due personaggi con la barba stanno probabilmente complottando una vendetta nei confronti di Gesù. I due, vestiti con ricchi abiti – l’uno di coloro rosso e l’altro di colore verde entrambi con decorazioni in filo d’oro –, possono essere identificati rispettivamente con i Sommi Sacerdoti Anna e Caifa. A sinistra dell’affresco troviamo il gruppo degli apostoli. Pietro, il più vicino a Cristo, con le mani aperte si volge con il volto verso gli altri tre: Giovanni, il più giovane, Andrea con i capelli e la barba grigi e Giacomo, parente di Gesù, rappresentato somigliante a lui. Davanti a loro, Tommaso, dalla veste bianca, si china verso un bambino spaventato che si rifugia tra le sue braccia. A terra, davanti Cristo, Giotto dipinge un tavolino rovesciato, una gabbia appartenente ai mercanti e degli animali a destra e a sinistra che scappano verso l’esterno dell’affresco. L’avvenimento si svolge davanti al Tempio di Gerusalemme, rappresentato sullo sfondo come un edificio con un portico con tre archi a tutto sesto che introduce a tre porte di accesso. L’architettura del Tempio ha influenze veneziane: la coppia di cavalli e di leoni a lato dei tre timpani ricordano quelli della Basilica di San Marco.
L’azione di Gesù diventa più chiara continuando a leggere il testo dell’evangelista Giovanni. Cristo, interrogato dai Giudei afferma che, una volta distrutto, sarebbe in grado di ricostruire il Tempio in soli tre giorni. Naturalmente essi, non capendo a cosa si riferisse Gesù – stava infatti parlando del del suo corpo inteso come Tempio – non lo riconoscono come Messia. Cristo contrappone così il Tempio di mattoni con il Tempio del suo corpo, preannunciando la Resurrezione.

Quadrilobo Arcangelo Michele
Arcangelo Michele trafigge Satana

Nel quadrilobo che precede l’affresco, l’artista raffigura l’arcangelo Michele – principe degli angeli che vigila su Israele – nell’atto di trafiggere in un occhio un mostro simboleggiate il demonio. Il profeta Daniele annuncia il tempo della venuta dell’arcangelo come il tempo in cui Dio salverà il suo popolo. L’ora del compimento delle promesse messianiche è arrivata: il demonio è sconfitto, accecato da un occhio, simbolo della cecità dei giudei e di tutti coloro che non riconoscono in Cristo il Messia.

 

Il tradimento di Giuda

Tradimento di Giuda
Tradimento di Giuda

Proseguendo ad angolo retto sulla porzione di parete dell’arco che introduce al presbiterio, Giotto affresca il tradimento di Giuda.

«Si avvicinava la festa degli Azzimi, chiamata Pasqua, e i capi dei sacerdoti e gli scribi cercavano in che modo toglierlo di mezzo, ma temevano il popolo. Allora Satana entrò in Giuda, detto Iscariota, che era uno dei Dodici. Ed egli andò a trattare con i capi dei sacerdoti e i capi delle guardie sul modo di consegnarlo a loro. Essi si rallegrarono e concordarono di dargli del denaro. Egli fu d’accordo e cercava l’occasione propizia per consegnarlo a loro, di nascosto dalla folla» (LC 22, 1-6).

Al centro dell’affresco, il Sommo Sacerdote Anna consegna a Giuda – dipinto da Giotto sempre con l’aureola nera, simbolo del peccato di cui si è macchiato – il sacchetto con le monete del compenso per il tradimento di Gesù. La borsa con i denari è tenuta stretta dall’apostolo traditore, mentre il Sommo Sacerdote, con il gesto delle mani sembra rassicurarlo e convincerlo del giusto gesto che sta per compiere. Dietro Giuda, un mostro nero e peloso con lunghe orecchie e bianche zanne che fuoriescono dalla bocca, fa sentire la sua presenza appoggiandogli la mostruosa zampa sul braccio e spingendo – anche fisicamente – l’apostolo a compiere il tradimento. Alle spalle di Anna, il Sommo Sacerdote Caifa discute con un altro uomo, presumibilmente un altro sacerdote o un levita, indicando con il pollice quello che sta accadendo alle loro spalle. In alto a destra si scorge la simbolica architettura del Tempio: il portico quadrangolare decorato, sorretto da preziose colonnine di marmo.

In posizione speculare a questo affresco si trova, sul lato opposto dell’arco, quello che racconta la visita di Maria alla cugina Elisabetta. Le due scene sono visivamente molto simili. Il numero dei personaggi è lo stesso, la casa di Elisabetta si trova a destra come il Tempio ed anche i colori degli abiti dei personaggi principali concordano. La simmetria dei due affreschi – subito visibili ai fedeli che entravano nella Cappella dalla porta principale – enfatizza la contrapposizione tra la gravidanza di Maria, un gesto di generosità e di amore che porterà alla nascita del Salvatore e il tradimento di Giuda, gesto di avidità e di odio che lo porterà invece alla morte.

Non è un caso la posizione in cui si trovano i due affreschi. Giotto, in accordo con Enrico Scrovegni, decise di renderli subito visibili al visitatore che si apprestava ad entrare nello spazio sacro ponendoli nella porzione muraria dell’arcone che apre al presbiterio. C’è chi vede nel peccato di Giuda il riflesso del peccato del padre di Enrico, noto usuraio dell’epoca. Per questo motivo, esporre con evidenza il peccato significa riconoscerlo e volerlo espiare: dal peccato – il tradimento di Giuda – alla vita – la gravidanza di Maria. Dunque l’intera cappella venne probabilmente eretta come espiazione del peccato di usura commesso da Rinaldo Scrovegni. Di recente, tuttavia, la studiosa Chiara Frugoni ha messo in dubbio questa interpretazione che nei secoli scorsi era stata maggiormente accettata, avvalorando la tesi che la costruzione della cappella servì ad Enrico per avere il consenso e la gratitudine dei padovani, impegnando le sue ricchezze per opere di carità per il bene della collettività.

I due coretti

Il coretto di sinistra

Il coretto di destra
Il coretto di destra

Sotto l’affresco del tradimento di Giuda, e replicato dalla parte opposta della porzione di parete est, Giotto dipinge un ambiente voltato a crociera, nel tentativo di riprodurre in pittura due coretti laterali minori che richiamano il transetto – visibile nel modellino raffigurato nel Giudizio Universale – mai realizzato. Quasi certamente sono i due ultimi affreschi realizzati da Giotto prima del suo ritorno a Firenze.

L’Ultima Cena di Gesù

Ultima cena
Ultima cena

Con gli affreschi realizzati nel terzo registro della parete sud comincia il racconto delle ultime ore della vita di Gesù. Nella prima scena Giotto raffigura l’Ultima Cena del Signore soffermandosi sul momento in cui Cristo rivela l’identità dell’apostolo traditore.

 

«Dette queste cose, Gesù fu profondamente turbato e dichiarò: “In verità, in verità io vi dico: uno di voi mi tradirà”. I discepoli si guardavano l’un l’altro, non sapendo bene di chi parlasse. Ora uno dei discepoli, quello che Gesù amava, si trovava a tavola al fianco di Gesù. Simon Pietro gli fece cenno di informarsi chi fosse quello di cui parlava. Ed egli, chinandosi sul petto di Gesù, gli disse: “Signore, chi è?”(GV 13, 21-26).
Egli disse loro: “Uno dei Dodici, colui che mette con me la mano nel piatto”»
(MC 14, 20).

Seduti su un’unica panca attorno ad un tavolo rettangolare, Gesù e i dodici apostoli sono riuniti nel cenacolo per mangiare la Pasqua ebraica. Giotto ferma il tempo nel momento in cui Giuda appoggia le dita nel piatto svelandosi come il traditore. Mentre l’aureola di Giuda è realizzata solamente come un’ombra nera attorno alla testa, quelle degli apostoli sono in rilievo ed, un tempo, erano più splendenti. Giotto le realizza con applicazioni sull’intonaco di lamine di argento e stagno che, col tempo, si sono deteriorate. Quella di Cristo invece, ha resistito agli anni perché è stata realizzata con oro zecchino. La cena viene mangiata in una nobile sala: raffinate decorazioni classicheggianti sulle mura interne e sulla cornice esterna impreziosiscono la struttura architettonica del luogo. Sopra il cornicione, Giotto dipinge due piccole sculture rappresentanti due aquile, una delle quali – quella di sinistra – tiene del becco un serpente. Nell’iconografia Cristiana, l’aquila simboleggia l’elevatezza spirituale, la maestà divina, l’ascesa al cielo, ed è segno di potere e di vittoria contro il male, rappresentato con il classico simbolo del serpente.

Nel momento in cui Gesù annuncia il tradimento da parte di uno degli apostoli, tra i presenti sale lo sconcerto e il dubbio su chi sia costui. L’artista dipinge il gruppo dei seguaci di Cristo che, attoniti, si guardano l’un l’altro cercando di capire chi sia il traditore. A sinistra di Gesù, Pietro suggerisce a Giovanni, l’apostolo più giovane, di chiedere a Gesù di svelarne l’identità. Probabilmente Pietro è certo della confidenza tra Gesù e Giovanni. Tale confidenza è espressa nel Vangelo secondo Giovanni con l’appellativo «Il discepolo che Gesù amava» (Cfr. Gv 13, 23; Gv 19, 26; Gv 20, 2; Gv 21, 7; Gv 21, 20). Giotto dipinge l’apostolo appoggiato sul petto di Gesù con gli occhi chiusi. Cristo intinge le due dita della mano destra nel piatto. E nello stesso tempo, anche la mano destra di Giuda – vestito della solita veste gialla – si trova nel piatto di Gesù. Nel registro superiore, in corrispondenza dell’Ultima Cena troviamo l’affresco della Natività. Giotto mette in coincidenza queste scene, e lo farà anche nelle prossime, per far emergere un significato più profondo. Per realizzare il suo progetto inverte però la sequenza temporale di due avvenimenti: la lavanda dei piedi – raccontata solamente dall’evangelista Giovanni – e l’annuncio del tradimento. Osservando allora l’asse verticale notiamo che, mentre nella Natività Cristo viene al mondo manifestandosi con il suo corpo fisico, nell’Ultima Cena, istituendo l’Eucarestia, egli si dona agli uomini con il suo corpo mistico per rimanere per sempre in mezzo a loro.

La lavanda dei piedi

Lavanda dei piedi
Lavanda dei piedi

Nell’affresco successivo, Gesù si inginocchia davanti agli apostoli e lava loro i piedi.

«Gesù […] si alzò da tavola, depose le vesti, prese un asciugamano e se lo cinse attorno alla vita. Poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugamano di cui si era cinto. Venne dunque da Simon Pietro e questi gli disse: “Signore, tu lavi i piedi a me?”. Rispose Gesù: “Quello che io faccio, tu ora non lo capisci; lo capirai dopo”. Gli disse Pietro: “Tu non mi laverai i piedi in eterno!”. Gli rispose Gesù: “Se non ti laverò, non avrai parte con me”. Gli disse Simon Pietro: “Signore, non solo i miei piedi, ma anche le mani e il capo!”. Soggiunse Gesù: “Chi ha fatto il bagno, non ha bisogno di lavarsi se non i piedi ed è tutto puro; e voi siete puri, ma non tutti”. Sapeva infatti chi lo tradiva; per questo disse: “Non tutti siete puri”» (GV 13, 3-11).

Giotto ambienta la scena nella stessa stanza dell’affresco precedente. Questa volta però manca il tavolo e i dodici apostoli sono disposti in semicerchio attorno a Gesù. Egli si trova in ginocchio davanti a Pietro, con l’asciugamano attorno al collo e bloccato nel cinto. I due si guardano intensamente e, anche se le loro bocche sono ancora chiuse, i loro occhi esprimono il dialogo descritto dall’evangelista Giovanni. Gesù con una mano tiene ferma la gamba dell’apostolo e alza l’altra in gesto interlocutorio. Davanti a sé, un catino, probabilmente dipinto con lo stesso materiale delle aureole degli apostoli, ha perso la sua lucentezza. Pietro con una mano tiene alta la veste e con l’altra si tocca il capo, come a ricordare le parole del Vangelo: «Signore, non [lavare] solo i miei piedi, ma anche le mani e il capo!». L’apostolo è seduto su una sedia diversa rispetto agli altri. Per lui Cristo riserva un posto speciale all’interno della Chiesa, un posto di guida. Sarà Pietro il primo pontefice della storia. Gli altri apostoli attendono il loro turno. Uno di loro, vestito di azzurro, dopo essersi tolto il sandalo, tiene in mano il suo piede fissando il Signore. Dietro Cristo, due apostoli stanno in piedi. Uno, probabilmente Giovanni, tiene in mano una brocca con l’acqua, utilizzata da Gesù per compiere il gesto. I due apostoli in piedi coprono la visuale a Giuda, facilmente riconoscibile dall’aureola diversa. Andrea, in primo piano a sinistra, si prepara slacciandosi il sandalo. Gesù, lavando i piedi agli apostoli, dà loro l’esempio: più avanti infatti dirà loro di mettersi gli uni al servizio degli altri. Sopra questo affresco Giotto dipinge l’Adorazione dei Magi. La posizione inginocchiata di Cristo trova un chiaro riscontro nella figura del Re Magio in riverenza davanti al Bambino Gesù. Mentre nella notte di Betlemme dei sovrani si inginocchiano davanti a Lui, nella notte dell’Ultima Cena, il Salvatore si umilia, diventando il Servo dei suoi amici e realizzando con un gesto tangibile quanto aveva detto con le sue parole: «Chi tra voi è più grande diventi come il più giovane, e chi governa come colui che serve. Infatti chi è più grande, chi sta a tavola o chi serve? Non è forse colui che sta a tavola? Eppure io sto in mezzo a voi come colui che serve» (LC 22, 26-27).

La cattura di Cristo

La cattura di Cristo (Bacio di Giuda)
La cattura di Cristo (Bacio di Giuda)

Nel terzo affresco del registro più basso della parete sud Giotto raffigura la scena del bacio di Giuda, il segnale che consegna il Messia alle guardie.

«Allora Gesù andò con loro in un podere, chiamato Getsèmani, e disse ai discepoli: “Sedetevi qui, mentre io vado là a pregare”. […] Mentre ancora egli parlava, ecco arrivare Giuda, uno dei Dodici, e con lui una grande folla con spade e bastoni, mandata dai capi dei sacerdoti e dagli anziani del popolo. Il traditore aveva dato loro un segno, dicendo: “Quello che bacerò, è lui; arrestatelo!”. Subito si avvicinò a Gesù e disse: “Salve, Rabbì!”. E lo baciò. E Gesù gli disse: “Amico, per questo sei qui!”. Allora si fecero avanti, misero le mani addosso a Gesù e lo arrestarono. Ed ecco, uno di quelli che erano con Gesù impugnò la spada, la estrasse e colpì il servo del Sommo Sacerdote, staccandogli un orecchio. Allora Gesù gli disse: “Rimetti la tua spada al suo posto, perché tutti quelli che prendono la spada, di spada moriranno”» (MT 26, 36 e 47-53).

Terminata l’Ultima Cena, Gesù con i suoi apostoli si reca nel giardino del Getsèmani per pregare. Giuda, uscito anticipatamente dal cenacolo, va a chiamare le guardie. Giotto, in questo affresco si concentra sul segnale dato ai Sommi Sacerdoti: il bacio. Al centro del dipinto, Gesù fissa profondamente Giuda, il quale lo avvolge quasi interamente con il suo mantello giallo. Le labbra del traditore sono protese in avanti e i lineamenti del volto deformati trasformano il profilo di Giuda, il quale assume una sembianza quasi scimmiesca. Tra i due personaggi in primo piano si scorgono i visi di due guardie che donano profondità alla scena. Una folla indefinita si presenta all’arresto di Gesù. I soldati, riconoscibili dall’elmetto, sono divisi in due grandi gruppi: uno a destra e uno a sinistra, alle spalle di Cristo. Tutti possiedono diversi tipi di armi: bastoni, spade, lance. Due fiaccole illuminano il buio della notte e una candela attorcigliata, posta su un bastone, si erge in corrispondenza del duetto centrale. Questa candela ricorda forse l’invito fatto da Gesù agli apostoli di essere la luce del mondo e che a nulla serve mettere una luce sotto il moggio invece che su un candelabro per illuminare gli uomini? In basso a destra, un sacerdote indica Gesù con un dito. Nella parte sinistra dell’affresco Giotto dipinge il momento in cui Pietro, spinto da un moto d’ira, taglia l’orecchio del servo del Sommo Sacerdote. Alle sue spalle, un apostolo, dipinto a metà e quasi fuori dal riquadro ci ricorda della loro fuga. La ritirata degli apostoli è sottolineata da un’enigmatica figura incappucciata dipinta di spalle che, con il braccio proteso verso sinistra, stringe nel pugno un mantello rosa.

L’affresco si trova immediatamente sotto quello della presentazione al Tempio di Gesù. In quell’occasione Cristo, tra le braccia del vecchio Simeone, viene accolto nell’edificio sacro. Qui invece Gesù viene avvolto dal mantello del traditore con un gesto che lo consegna nelle mani dei Giudei, i quali sono pronti a condannarlo.

Cristo davanti al Sinedrio

41 Cristo davanti a Caifa
41 Cristo davanti a Caifa

La narrazione della passione di Gesù negli affreschi di Giotto continua con l’episodio che vede Gesù interrogato nel Sinedrio dal Sommo Sacerdote.

«Quelli che avevano arrestato Gesù lo condussero dal Sommo Sacerdote Caifa, presso il quale si erano riuniti gli scribi e gli anziani. […] I capi dei sacerdoti e tutto il sinedrio cercavano una falsa testimonianza contro Gesù, per metterlo a morte; ma non la trovarono, sebbene si fossero presentati molti falsi testimoni. Finalmente se ne presentarono due, che affermarono: “Costui ha dichiarato: Posso distruggere il Tempio di Dio e ricostruirlo in tre giorni”. Il Sommo Sacerdote si alzò e gli disse: “Non rispondi nulla? Che cosa testimoniano costoro contro di te?”. Ma Gesù taceva. Allora il Sommo Sacerdote gli disse: “Ti scongiuro, per il Dio vivente, di dirci se sei tu il Cristo, il Figlio di Dio”. “Tu l’hai detto – gli rispose Gesù –; anzi io vi dico: d’ora innanzi vedrete il Figlio dell’uomo
seduto alla destra della Potenza e venire sulle nubi del cielo”. Allora il Sommo Sacerdote si stracciò le vesti dicendo: “Ha bestemmiato! Che bisogno abbiamo ancora di testimoni? Ecco, ora avete udito la bestemmia; che ve ne pare?”. E quelli risposero: “È reo di morte!”.  Allora gli sputarono in faccia e lo percossero; altri lo schiaffeggiarono, dicendo: “Fa’ il profeta per noi, Cristo! Chi è che ti ha colpito?”» (MT 26, 57-67)
.

Giotto ambienta la scena all’interno di una stanza illuminata da una torcia tenuta in mano da un uomo, forse un servo del Sommo Sacerdote. Due delle tre finestre sono chiuse, bloccate da grossi chiavistelli. Cristo, con lo sguardo mesto e le mani legate, viene condotto davanti al Sommo Sacerdote che cerca in tutti i modi di condannarlo. L’evangelista Matteo ricorda che per accusare il Messia si presentano al Sinedrio tanti falsi testimoni che non ottengono il risultato sperato. In ultimo se ne presentano altri due i quali dichiarano che egli, qualche tempo prima, aveva detto di poter ricostruire il Tempio del Signore, una volta distrutto, in soli tre giorni. Cristo non viene accusato falsamente, aveva realmente detto quelle parole dopo la cacciata dei venditori dal Tempio, ma si riferiva alla sua persona. Di fronte a tale accusa però il Messia rimane in silenzio, come a sottolineare che non serve aggiungere altre parole a quelle già precedentemente pronunciate. Il Sommo Sacerdote, innervosito dall’atteggiamento di Gesù, gli porge l’ultima domanda: «Sei tu il Cristo, il Figlio di Dio?». È il quesito fondamentale, la cui risposta condanna – da parte giudaica – definitivamente Gesù. Questi infatti risponde: «Tu lo dici», scatenando l’ira del Sommo Sacerdote, il quale si straccia le vesti. È il momento che Giotto vuole evidenziare nell’affresco. Un altro sacerdote, seduto a fianco al primo, indica Cristo con una mano, mentre un soldato, alzando il braccio, è pronto per sferrargli uno schiaffo. Gesù ormai non può più fuggire dalle mani dei suoi persecutori. Giotto dipinge questa scena sotto l’affresco della Fuga in Egitto, creando un parallelo tra i due dipinti: in quello superiore egli, bambino, scappa dalla minaccia di Erode verso l’Egitto, qui, adulto, non può più fuggire dalla condanna che gli è stata comminata.

Cristo deriso nel palazzo del pretorio

Cristo deriso
Cristo deriso

Nel successivo affresco realizzato nella parete sud, l’artista raffigura il momento in cui Cristo viene portato nel cortile del palazzo del pretorio di Gerusalemme.

«Allora i soldati del governatore condussero Gesù nel pretorio e gli radunarono attorno tutta la truppa. Lo spogliarono, gli fecero indossare un mantello scarlatto, intrecciarono una corona di spine, gliela posero sul capo e gli misero una canna nella mano destra. Poi, inginocchiandosi davanti a lui, lo deridevano: “Salve, re dei Giudei!”. Sputandogli addosso, gli tolsero di mano la canna e lo percuotevano sul capo» (MT 27, 27-30).

Giotto salta le fasi dell’interrogatorio del procuratore romano Ponzio Pilato per concentrarsi, una volta espressa la condanna definitiva, nel momento in cui Gesù, condotto nel pretorio, viene deriso, umiliato ed oltraggiato con il titolo onorifico di re dei Giudei, appellativo che Pilato darà ordine di scrivere, nel cartello sopra la croce, come motivo per la condanna a morte. Il cortile del pretorio è realizzato da un portico, che corre lungo tre lati, sostenuto da quattro eleganti colonnine che fanno da base ad una cornice decorata. Su una parete si apre una porta che probabilmente conduce al palazzo del procuratore, mentre sull’altra due finestre scure sono chiuse da inferriate. I personaggi rappresentati in questo affresco possono essere divisi in due gruppi: uno a sinistra attorno a Gesù e uno a destra attorno a Pilato. In mezzo, vestito di bianco, un moro dona uniformità visiva alla scena. Pilato, dipinto con una veste rossa sulla quale è ricamata un’aquila, simbolo imperiale, discute con i Sommi Sacerdoti alzando il braccio alla maniera dei retori greco-romani. Uno dei Sommi Sacerdoti, con l’indice della mano sinistra, indica Cristo il quale si trova in balia dei gesti irrispettosi e maleducati di sette giovani. Seduto su un trono rialzato da un gradino, egli è rivestito da un mantello dorato finemente ricamato. In mano tiene un bastone come se fosse uno scettro e sul capo è già posta la corona di spine. Gesù subisce con gli occhi socchiusi e con atteggiamento mesto e paziente le angherie degli aguzzini che, in maniera irriverente, gli si inchinano innanzi, lo percuotono, gli tirano barba e capelli. Uno di loro, proteso in avanti, sta per sputargli addosso, mentre il ragazzo moro, dietro il gruppo, alza un bastone per colpirlo. L’agnello innocente sta per essere portato al macello. L’affresco trova il suo collegamento con La strage degli innocenti dipinta poco sopra. In quell’occasione le vittime innocenti furono i bambini, giustiziati per ordine del re Erode. In questo episodio invece si realizza quello che Erode non era riuscito a fare trent’anni prima: l’innocente Messia viene definitivamente condannato a morte.

La salita al Calvario

Salita al Calvario

Il ciclo continua sulla parete nord: Cristo viene caricato della croce e condotto sul Calvario per essere crocifisso.

«Dopo averlo deriso, lo spogliarono del mantello e gli rimisero le sue vesti, poi lo condussero via per crocifiggerlo» (MT 27, 31), «ed egli, portando la croce, si avviò verso il luogo detto del Cranio, in ebraico Gòlgota» (GV 19, 17).

Nell’affresco ormai gravemente rovinato, Cristo si avvia sul Gòlgota, appoggiando su una spalla e abbracciando con entrambe le braccia la pesante croce. Il cammino di Gesù sembra interrompersi per un attimo: egli volge malinconicamente lo sguardo dietro di sé alla ricerca della madre che, strattonata per il mantello, sta per essere allontanata da una guardia. Nel particolare del volto di Maria emerge ancora una volta il realismo e la drammaticità che l’artista ha voluto esprimere con la sua pittura. Il corpo di Gesù è leggermente curvato in avanti a causa del peso del legno. La Via Crucis è guidata da due uomini: uno, visibile solo in parte, sta per uscire fuori dalla cornice ed un altro, probabilmente Simone di Ciréne, ferma il passo ruotando la testa verso Cristo. Gesù viene seguito da una gran folla: guardie – le cui lance sbiadite si ergono alte nel cielo –, servi e sacerdoti accompagnano il Messia verso la crocifissione. Uno di loro, con un bastone in mano spinge Gesù come a voler interrompere la momentanea pausa. Davanti a Maria, un uomo vestito di giallo tiene in mano un martello che servirà per fissare i chiodi. La scena si svolge subito fuori dalla città di Gerusalemme, dipinta da Giotto a sinistra alla stessa maniera di come l’aveva rappresentata nell’affresco dell’ingresso in città la Domenica delle Palme.

Anche in questa scena il parallelismo con l’affresco superiore risulta evidente. Giotto rappresenta nel registro superiore Gesù dodicenne al Tempio tra i dottori della Legge. In quell’occasione, il giovane Messia, con la sua parola, insegnava ai dotti e ai sapienti svelando loro il senso profondo delle Scritture; qui, nella salita al Calvario, la Scrittura si sta compiendo nel modo annunciato da Gesù. Le parole dette molti anni prima, ora non escono dalla bocca del Salvatore, che procede in silenzio, ma vengono proferite simbolicamente dal legno della croce, mezzo di salvezza e preannuncio di resurrezione.

La Crocifissione di Cristo

Crocifissione

Nel successivo affresco Giotto dipinge il momento della morte del Messia sulla Croce.

«Pilato compose anche l’iscrizione e la fece porre sulla croce; vi era scritto: “Gesù il Nazareno, il re dei Giudei”. […] I soldati poi, quando ebbero crocifisso Gesù, presero le sue vesti, ne fecero quattro parti – una per ciascun soldato – e la tunica. Ma quella tunica era senza cuciture, tessuta tutta d’un pezzo da cima a fondo. Perciò dissero tra loro: “Non stracciamola, ma tiriamo a sorte a chi tocca”. Così si compiva la Scrittura, che dice: Si sono divisi tra loro le mie vesti e sulla mia tunica hanno gettato la sorte. E i soldati fecero così. Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria madre di Clèopa e Maria di Màgdala. […] Gesù, sapendo che ormai tutto era compiuto, affinché si compisse la Scrittura, disse: “Ho sete”. Vi era lì un vaso pieno di aceto; posero perciò una spugna, imbevuta di aceto, in cima a una canna e gliela accostarono alla bocca. Dopo aver preso l’aceto, Gesù disse: «È compiuto!». E, chinato il capo, consegnò lo spirito» (GV 19, 19. 23-25. 28-30).

Giotto affresca al centro Cristo in croce, coperto soltanto da un prezioso perizoma bianco semitrasparente ricamato d’oro; il capo reclinato in avanti ci fa pensare che abbia già consegnato lo spirito al Padre. Il pittore posiziona a destra della croce il gruppo degli accusatori e a sinistra gli amici rimasti accanto a Gesù fino alla fine. La croce è saldamente piantata su uno sperone di roccia e sotto di essa sono raccolti un teschio e delle ossa. Secondo una tradizione riportata da Origene, la croce di Gesù sarebbe stata piantata sopra la tomba di Adamo, cosicché il sangue versato per la salvezza dell’umanità potesse arrivare al progenitore e, con lui, redimere l’intero genere umano.  Nel gruppo di soldati uno, con l’aureola dorata, indica con una mano Cristo. Probabilmente egli è il centurione che, visto morire Gesù in quel modo, esclamò: «Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!» (MC 15, 39).

Le altre guardie sono impegnate a dividersi le vesti di Cristo. Un soldato con il mantello bianco blocca la mano di un suo collega che stava procedendo al taglio della preziosa tunica. L’evangelista Giovanni ci ricorda che delle vesti ne fecero quattro parti; la tunica era talmente preziosa che non la divisero ma la tirarono a sorte. Sant’Agostino afferma che le quattro parti in cui vengono divise le vesti rappresentano i quattro punti cardinali dove la Chiesa si diffonde e dunque rappresentano l’intero mondo. La mancanza di cuciture nella tunica, tenuta indivisa, rappresenta l’unità indivisibile della Chiesa e dunque la sua universalità.

Un altro soldato, dipinto a piedi nudi, tiene in mano la canna sopra la quale è posta la spugna imbevuta di aceto, mentre dietro di lui una bandiera nera sventola sopra la massa indistinta di elmetti. Sopra di essa, con incisioni oro, vi si può intuire l’abbreviazione dell’Impero Romano SPQR – Senatus Populusque Romanus – ormai quasi illeggibile a causa della caduta del colore. A sinistra del crocifisso, l’apostolo Giovanni e un’altra donna – forse Maria madre di Cleopa o la sorella di Maria – sorreggono la Vergine Maria straziata dal dolore, espresso dagli occhi chiusi e le braccia abbandonate lungo il corpo. Sotto la croce una donna, presumibilmente Maria di Magdala, si inginocchia lasciando cadere sul terreno il suo mantello e con i lunghi capelli rossi asciuga il sangue che fuoriesce dalle ferite dei piedi di Gesù. In cima alla croce è posto il cartello «Hic est Iesus Nazarenus Rex Iudeorum». Nel cielo azzurro dieci angeli, dipinti simmetricamente cinque a destra e cinque a sinistra della croce, rappresentano probabilmente la partecipazione cosmica e celeste alla morte di Cristo. La disperazione e la sofferenza dei messaggeri divini emergono dagli atteggiamenti che assumono. Uno di loro si strappa la veste che indossa, azione che ricorda il gesto d’ira del Sommo Sacerdote nel Sinedrio, ma che qui assume ben altro significato: con le sue lacrime infatti l’angelo partecipa totalmente alle sofferenze di Cristo. Due angeli avvicinano delle coppe alle mani di Gesù per raccoglierne il sangue versato, simbolo del sacrificio eucaristico, mentre un altro avvicina la sua coppa alla ferita del costato dalla quale, secondo il Vangelo, fuoriescono sangue e acqua. Il tema del battesimo torna ancora osservando l’asse verticale degli affreschi. Sotto Il Battesimo di Cristo, primo atto della vita pubblica di Gesù, Giotto dipinge La Crocifissione, ultimo atto della sua vita terrena.

Serpente di bronzo
Serpente di bronzo

Nel quadrilobo che precede l’affresco, l’artista raffigura un drago sopra una colonna e, più in basso, delle persone che alzano mani, gomiti e gambe per invocarne la guarigione. Tale rappresentazione ricorda il serpente che Dio comandò a Mosè di mettere su un’asta per guarire gli israeliti dai morsi degli altri serpenti velenosi mentre si trovavano nel deserto. L’episodio del libro dei Numeri viene ricordato e spiegato da Gesù a Nicodemo come prefigurazione della sua crocifissione: «E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna» (GV 3, 14-15).

Il compianto sul Cristo morto

Compianto sul Cristo morto
Compianto sul Cristo morto

Nel terzo affresco del registro più basso della parete nord, Giotto raffigura il compianto sul Cristo morto.

«Dopo questi fatti Giuseppe di Arimatea, che era discepolo di Gesù, ma di nascosto, per timore dei Giudei, chiese a Pilato di prendere il corpo di Gesù. Pilato lo concesse. Allora egli andò e prese il corpo di Gesù.  Vi andò anche Nicodemo – quello che in precedenza era andato da lui di notte – e portò circa trenta chili di una mistura di mirra e di aloe. Essi presero allora il corpo di Gesù e lo avvolsero con teli, insieme ad aromi, come usano fare i Giudei per preparare la sepoltura. Ora, nel luogo dove era stato crocifisso, vi era un giardino e nel giardino un sepolcro nuovo, nel quale nessuno era stato ancora posto. Là dunque, poiché era il giorno della Parasceve dei Giudei e dato che il sepolcro era vicino, posero Gesù» (GV 19, 38-42).

Giotto dipinge una scena ricca di pathos. Il corpo di Gesù, appena staccato dalla croce, giace inerme in braccio alla Madre, la quale avvolge le braccia al collo del figlio come per dargli un ultimo saluto; una figura dipinta di spalle ne sorregge il capo per evitare che cada all’indietro. Altre due donne tengono le braccia di Gesù sollevate, mentre la Maddalena, come nella crocifissione, si trova ai suoi piedi. A sinistra, un gruppo di donne piangono la morte del Messia. Giovanni, rimasto fino alla fine, si protende in avanti allargando le braccia in segno di disperazione. L’espressione dei volti di tutti i personaggi raffigurati in questo affresco manifesta l’indicibile sofferenza che provano nell’animo. A destra, in piedi, stanno i due personaggi citati nel Vangelo: Giuseppe d’Arimatea, con ancora il lenzuolo di lino che sarà usato per avvolgere il corpo di Gesù sulle spalle e Nicodemo, con le mani unite e il mantello dipinto con una raffinata ed innovativa sfumatura. Nel cielo fanno capolino i dieci angeli della Crocifissione che si dimenano senza riuscire a darsi pace. È una scena straziante che manifesta un dolore difficile da consolare. Giotto tuttavia inserisce un particolare che anticipa un cambiamento. In cima al monte, che si erge in diagonale dalla testa di Gesù verso l’alto, c’è un alberello che a prima vista sembra spoglio; ad una attenta analisi si notano, però, sulle punte dei rami piccoli germogli verdi. È il simbolo di quello che dovrà accadere nella scena successiva: presto la disperazione della morte lascerà spazio alla gioia della Resurrezione.

Giona viene mangiato dal mostro marino
Giona viene mangiato dal mostro marino

Nel quadrilobo della cornice che precede l’affresco, Giotto rappresenta una scena dell’Antico Testamento: il profeta Giona sta per essere inghiottito da un grosso pesce. Giona rimase tre giorni e tre notti nella pancia del cetaceo finché Dio, avendo ascoltato le sue preghiere, ordinò all’animale rigettarlo sulla spiaggia. Anche in questo caso, nel Nuovo Testamento, è Cristo stesso che accosta la vicenda di Giona alla sua, annunciandola come prefigurazione dei tre giorni che, una volta morto, lo separeranno dalla Resurrezione. Rispondendo agli scribi desiderosi di vedere un segno, Gesù afferma che «non sarà dato nessun segno, se non il segno di Giona il profeta. Come Giona rimase tre giorni e tre notti nel ventre del pesce, così il Figlio dell’uomo resterà tre giorni e tre notti nel cuore della terra» (MT 12, 40).

Anche questa scena è legata al sovrastante affresco raffigurante Le Nozze di Cana: nel dipinto delle Nozze, infatti, lo sposo vero è Gesù, il Salvatore, venuto ad inaugurare l’era messianica con la gioia della festa, simboleggiata dal vino. Durante una successiva disputa con i farisei, i quali accusavano i discepoli di Gesù di non digiunare mai, egli controbatte: «Possono forse gli invitati a nozze essere in lutto finché lo sposo è con loro? Ma verranno giorni quando lo sposo sarà loro tolto, e allora digiuneranno» (MT 9, 15). Gesù parla di se stesso identificandosi come lo sposo e, facendo questo, annuncia profeticamente ai suoi interlocutori la sua morte ed il conseguente lutto, che ora si realizzano nel Compianto.

Noli me tangere

Resurrezione (Noli me tangere)
Resurrezione (Noli me tangere)

Il quarto affresco del terzo registro della parete nord racconta l’incontro, al mattino di Pasqua, tra Maria Maddalena e Gesù Risorto.

«Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro. […] Mentre piangeva, si chinò verso il sepolcro e vide due angeli in bianche vesti, seduti l’uno dalla parte del capo e l’altro dei piedi, dove era stato posto il corpo di Gesù. Ed essi le dissero: “Donna, perché piangi?”. Rispose loro: “Hanno portato via il mio Signore e non so dove l’hanno posto”. Detto questo, si voltò indietro e vide Gesù, in piedi; ma non sapeva che fosse Gesù. Le disse Gesù: “Donna, perché piangi? Chi cerchi?”. Ella, pensando che fosse il custode del giardino, gli disse: “Signore, se l’hai portato via tu, dimmi dove l’hai posto e io andrò a prenderlo”. Gesù le disse: “Maria!”. Ella si voltò e gli disse in ebraico: “Rabbunì!” – che significa: “Maestro!”. Gesù le disse: “Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre» (GV 20, 1. 11-17).

L’ambiente continua dal precedente affresco. Nello sfondo si scorge la pendice discendente dello stesso monte del Compianto, sul quale si ergono degli alberi che, a causa della caduta del colore dato a secco, hanno perso la loro chioma. Sul pesante sepolcro di marmo rosa, a cui manca la pietra tombale, sono seduti i due angeli. Ai loro piedi cinque guardie dormono serenamente, ignari di quello che sta accadendo. Il sepolcro è vuoto e Maria di Magdala è disperata.

«Donna, perché piangi?» chiedono gli angeli, come ad invitarla a non rattristarsi perché il suo Signore non è più morto. Ma la Maddalena ancora non capisce e pensa che qualcuno ne abbia rubato il corpo. Nello stesso istante si volta e vede un uomo, in piedi, che le ripete la stessa domanda dell’angelo, aggiungendo: «Chi cerchi? ». La Maddalena è disperata, si confida anche con l’uomo che lei crede essere il giardiniere. Egli però pronuncia il suo nome: «Maria!». La donna non ha più dubbi: solo una persona può chiamarla in quel modo; capisce così che a rivolgerle la parola è il Messia Risorto. Giotto dipinge questo esatto momento: Maria, inginocchiata, tende le braccia verso Cristo; egli, voltandosi verso di lei, allunga la mano dicendole di non trattenerlo perché non è ancora salito al Padre. È la prima apparizione di Gesù Risorto. La veste candida, il vessillo su cui è scritto «Vic-Tor Mor-Tis» (vincitore della morte) e i segni della passione nelle mani e nei piedi, testimoniano che il Gesù Cristo, morto in croce, adesso vive. La vegetazione che spunta rigogliosa attorno a Cristo, dipinta da Giotto anche sotto i suoi piedi, e le chiome degli alberi andati purtroppo perduti, esprimono la vittoria della vita sulla morte: come la natura ogni primavera si risveglia dal letargo, così a Pasqua Cristo risorge come aveva promesso.

Guardando l’asse verticale degli affreschi, la Resurrezione di Gesù si trova proprio sotto quella di Lazzaro. Ridonando la vita all’amico egli dimostrò, già prima della sua Resurrezione, di avere il potere sulla morte. Ecco allora che la resurrezione di Lazzaro diventa prefigurazione di quella di Cristo. Mentre Lazzaro ritorna in vita temporaneamente perché in seguito morirà di nuovo, la Resurrezione di Gesù è definitiva: egli vince la morte per tornare, con l’Ascensione, nella gloria del Padre.

Il leone alita sui suoi piccoli
Il leone alita sui suoi piccoli

Il tema della resurrezione emerge anche nel quadrilobo posto nella cornice che precede l’affresco. Giotto rappresenta un leone che, con il suo alito, resuscita i suoi piccoli. Il significato di questa rappresentazione va ricercato nel Phisiologus, un testo redatto probabilmente ad Alessandria d’Egitto tra il II e il IV secolo. In esso sono descritti piante e animali con i loro valori simbolici, alcuni dei quali sono letti con significati cristologici. È il caso del leone, il re degli animali del quale si racconta delle sue tre nature paragonandole a Gesù. La prima natura del leone è quella di vagare tra i monti e, se rincorso dai cacciatori, cancella con la sua coda le impronte lasciate dalle zampe per non essere scoperto; così Cristo, nella sua vita terrena, nascose le tracce della sua divinità per salvare gli uomini. La seconda natura del leone è quella di lasciare sempre gli occhi aperti quando dorme, restando vigilante di fronte ad un possibile pericolo; così Cristo, mentre muore sulla croce, mantiene la sua natura divina ed immortale sempre vigile. La terza natura esposta nel Physiologus riguarda il parto della leonessa: quando nascono, i piccoli leoncini sembrano morti ed ella li veglia per tre giorni, finché non arriva il padre che, alitando loro in viso, li riporta alla vita. Come per i leoncini, così accade per Gesù Cristo, Risorto dalla morte dopo tre giorni. Giotto, conoscendo le tre nature del leone del Phisiologus, ne raffigura la terza come simbolo della Resurrezione di Gesù.

L’ascensione di Gesù al Cielo

Ascensione
Ascensione

Nell’affresco successivo l’artista rappresenta l’ascesa al Cielo di Cristo. L’episodio è raccontato da san Luca negli Atti degli Apostoli:

«Mentre lo guardavano, fu elevato in alto e una nube lo sottrasse ai loro occhi. Essi stavano fissando il cielo mentre egli se ne andava, quand’ecco due uomini in bianche vesti si presentarono a loro e dissero: “Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che di mezzo a voi è stato assunto in cielo, verrà allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo”» (AT 1, 9-11).

Quaranta giorni dopo la Resurrezione, sul monte degli Ulivi, Gesù si congeda dagli apostoli e da sua madre salendo al Cielo per sedere alla destra del Padre. Giotto dipinge la scena – divisa in piani orizzontali e verticali – quasi priva di ambientazione: solamente l’azzurro del cielo fa da sfondo all’affresco. Al centro, il terreno si alza come a formare la base da dove probabilmente parte Gesù. Gli apostoli, rimasti undici dopo l’abbandono di Giuda, sono inginocchiati insieme a Maria, mentre guardano in alto. I due angeli, descritti negli Atti degli Apostoli come due uomini vestiti di bianco, puntano il dito verso il cielo, come ad indicare la direzione verso cui guardare. Sopra di loro Cristo, con i piedi immersi in una nuvola, sale al cielo, mentre le sue mani già fuoriescono dalla cornice dell’affresco. Gesù è avvolto da una sfolgorante luce che acceca gli apostoli sottostanti, alcuni dei quali sono costretti a portarsi la mano sulla fronte per riuscire a vedere il prodigio. A destra e a sinistra di Gesù due gruppi di angeli e profeti dell’Antico Testamento sono dipinti nella stessa posa di Cristo e stanno per essere assunti anche loro nella Gloria. Questi uomini sono i giusti di Israele, redenti dal sacrificio di Cristo, in attesa di salire al Padre. Tra i personaggi dipinti è possibile identificare, in base alla somiglianza negli affreschi della Cappella, il primo del gruppo di sinistra, con Giovanni Battista. Gli altri uomini sono meno riconoscibili ma alcuni ricordano i tratti fisiognomici di personaggi precedentemente rappresentati. Dietro Giovanni Battista sembrano esserci Ezechiele ed Elia, mentre nel gruppo di destra il vecchio Simeone, Isaia e Daniele.

L’affresco dell’Ascensione si trova sotto quello dell’Entrata a Gerusalemme per la celebrazione della Pasqua ebraica. In quell’occasione Cristo stava per entrare nella Gerusalemme terrena, qui invece, glorificato dal Padre, si appresta ad entrare nella Gerusalemme Celeste.

Elia rapito su un carro di fuoco
Elia rapito su un carro di fuoco

Nel quadrilobo posto nella cornice che precede l’affresco, Giotto dipinge l’episodio veterotestamentario del profeta Elia rapito dal carro di fuoco. L’artista raffigura il profeta, vestito di bianco sopra un carro trainato da cavalli alati anch’essi infuocati, nell’intento di lanciare il suo mantello al discepolo Eliseo, dipinto di scorcio nell’angolino di sinistra. La salita al Cielo di Elia è la prefigurazione della salita al Cielo di Gesù, mentre il mantello che scende dal cielo rappresenta la presenza del profeta sulla terra, accanto al suo discepolo. Questa volontà di rimanere presente anticipa l’affresco successivo, l’ultimo che conclude le storie del Messia nella parete nord: il mantello di Elia disceso dal Cielo nell’Antico Testamento diventa allora prefigurazione, nel Nuovo Testamento, della discesa dal Cielo dello Spirito Santo sugli apostoli.

La pentecoste

Pentecoste
Pentecoste

Nell’ultimo riquadro affrescato nella parete nord, Giotto dipinge la discesa dello Spirito Santo sotto forma di lingue di fuoco che si posano sulle teste degli apostoli.

«Mentre stava compiendosi il giorno della Pentecoste, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Venne all’improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso, e riempì tutta la casa dove stavano. Apparvero loro lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro, e tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi» (AT 2, 1-11).

Giotto dipinge la scena ambientandola in una elegante stanza realizzata con pregiati elementi marmorei. Delle colonnine polistili sorreggono gli archi gotici trilobati e nella fascia più alta una cornice ad archetti dona raffinatezza all’edificio. Il gruppo degli apostoli, tornati dodici dopo aver scelto a sorte Mattia come sostituto di Giuda, siedono su una panca che corre lungo il perimetro della stanza. Erano insieme per celebrare la Pentecoste ebraica – festa legata alla mietitura – che ricorreva sette settimane dopo la Pasqua ebraica. La parola Pentecoste, in greco, significa appunto «cinquantesimo».

Consegna delle tavole della Legge
Consegna delle tavole della Legge

In seguito si associò a questa festa il ricordo del dono della Legge che Dio fece a Mosè sul Sinai. Ecco che nel quadrilobo che precede l’affresco Giotto dipinge la consegna delle Tavole della Legge: è l’anticipazione della festa cristiana della Pentecoste.
Gli apostoli sono sorpresi dal fragore e dal vento che entra nella stanza perché vedono discendere dal cielo delle lingue di fuoco che si posano sulla loro testa. Giotto dipinge il fuoco dello Spirito Santo sulle aureole degli apostoli, insieme a dei raggi luminosi che scendono dall’alto. È la realizzazione della promessa precedentemente fatta da Gesù: egli manda il Consolatore, lo Spirito Santo, per insegnar loro ogni cosa. La Pentecoste è allora l’ultimo tassello della Rivelazione di Dio che segna la nascita della Chiesa: si compie così il processo di riconciliazione tra Dio e l’umanità.

L’affresco della Pentecoste sta immediatamente sotto quello della Cacciata dei mercanti dal Tempio, come a voler suggerire che, mentre in quell’occasione Cristo ripulisce il Tempio dai giudei che lo avevano trasformato in un mercato anziché farne un luogo di preghiera, con la Pentecoste Cristo fonda un nuovo Tempio spirituale, la Chiesa, pronta a diffondersi in tutto il mondo.

Maestro Vincenzo