La Scuola di santo Stefano

Vittore Carpaccio, Predica di santo Stefano.

La Scuola di santo Stefano è stata una delle scuole di devozione e di mestiere di Venezia. Alcune notizie, riferite da G. Ludwig e P. Molmenti, fanno risalire la Scuola al 1298 1.

Alcuni confratelli della Scuola erano dei venditori di lana e così, spesso erroneamente, la confraternita viene definita dei laneri. In realtà, tra i confratelli, c’erano anche tanti tagliapietra. All’inizio i confratelli si riunivano dentro la sacrestia della Chiesa di Santo Stefano, nell’omonimo campo veneziano; in seguito costruirono la sede definitiva a partire dal 1437 nell’edificio che ancora oggi si trova di fronte la porta di ingresso della chiesa, in campo Santo Stefano al civico 3467. Lo stabile ha un grande portale con ai lati due finestre con inferriate decorate. Sopra la porta, al centro della facciata, è presente un bassorilievo del XV secolo dov’è raffigurato il santo con attorno i confratelli inginocchiati davanti a lui. Nel 1473 la Scuola fu ampliata con la costruzione di una cappella e nel 1506 continuò ancora ad allargarsi. Verso la metà del Settecento la Scuola conobbe una profonda crisi tant’è che i locali furono dati in affitto ad un venditore di formaggi 2.

Facciata dell’ex Scuola di Santo Stefano

Per decorare la Scuola si decise di affidare al pittore veneziano Vittore Carpaccio la commissione di cinque teleri che narrano alcune vicende del santo protomartire. Carpaccio li dipinge tra il 1511 e il 1520. La prima volta che riscontriamo in un testo la loro esistenza è il 1564: sono gli atti che parlano della fusione mai realizzata con un’altra Scuola di Venezia, la Scuola di san Teodoro 3.

Ci parla dei cinque teleri anche Antonio Maria Zanetti che nel primo libro Della pittura veneziana scrive:

«Nella Scuola di Santo Stefano, vicina alla Chiesa dell’istesso Santo sonovi cinque quadri contenenti la vita del Protomartire, e di più la tavola dell’altare con la figura di esso Santo diacono, quella di S. Niccolò da Tolentino, e di S. Tommaso Agostiniano. Si tengono dal Ridolfi delle ultime opere del Carpaccio; e ciò con ragione, poiché dipinte furono, siccome vedesi dal 1511 al 1520» 4.

Purtroppo, in seguito alle soppressioni napoleoniche del 1806, il ciclo è stato portato via dalla Scuola e attualmente si trova in diverse sedi. Uno dei teleri è andato perduto: ne rimane traccia solamente in un disegno commemorativo conservato alle Gallerie degli Uffizi e che possiamo definire Stefano davanti ai giudici, anche se non possiamo sapere con esattezza il titolo. Dell’intero ciclo fanno parte le seguenti opere 5:

  • La consacrazione dei sette diaconi, 1511, 148×231 cm, Berlino, Staatliche Museen – Gemäldegalerie.
  • Predicazione di santo Stefano, 1514, 152×195 cm, Parigi, Louvre.
  • Disputa con i dottori, 1514, 147×172 cm, Milano, Pinacoteca di Brera.
  • Stefano davanti ai giudici (perduto).
  • Lapidazione di santo Stefano, 1520, 142×170 cm, Stoccarda, Staatsgalerie.

Anche se la storia di santo Stefano è raccontata negli Atti degli Apostoli (capitoli 6 e 7), Vittore Carpaccio, per dipingere le opere, si rifà alla Legenda Aurea di Jacopo da Varagine. Grazie alle date presenti su alcuni teleri e alle indicazioni contenute nei libri Della pittura Veneziana di Antonio Maria Zanetti, possiamo inoltre dedurre che Carpaccio li realizza in parallelo alla sequenza narrativa 6.

Non si trovano notizie sull’ordine di disposizione dei teleri. Sono stati solamente effettuati alcuni studi circa il confronto tra la luce dipinta e l’illuminazione reale dei locali della Scuola, che ci riferiscono G. Ludwig e P. Molmenti:

«Difficile è immaginare l’ordine in cui i quadri del Carpaccio erano originariamente collocati nella Scuola di Santo Stefano, giacché del vecchio edificio non rimane più traccia. Possiamo soltanto ricostruirlo con l’aiuto dei documenti, dai quali si apprende che v’era un oratorio a terreno e una scala che metteva al piano superiore, cioè all’Albergo. È probabile che la porta di questa scala s’aprisse nella cappella terrena a lato dell’altare, come nella Scuola dell’Angelo Custode ai Santi Apostoli.
Nel piano superiore, l’Albergo, di modeste proporzioni, doveva essere illuminato da due finestre verso la strada; di contro alle finestre l’altare ornato dal trittico rappresentante Santo Stefano e due altri santi. Gli altri quattro quadri del Carpaccio, due per ciascun lato, dovevano essere collocati, sulle pareti laterali, e, seguendo la proiezione delle ombre delle figure, possiamo supporre che la Consacrazione dei sette diaconi e la Predica al popolo fossero posti dal lato dell’Evangelio; la Disputa fra i Dottori ed il Martirio dal lato dell’Epistola.
Immaginando adunque di entrare nella chiesa idealmente ricostruita, lo sguardo s’arresta dapprima sul trittico dell’altare. Poi, incominciando dalla parete in cornu Evangelii, dove secondo la tradizione chiesastica hanno principio tutti i cicli, precipuo quello della Via Crucis, i primi quadri che si incontrano, seguendo anche l’ordine logico delle scene rappresentate, sono la Consacrazione dei Diaconi e la Predica del Santo al popolo; sulla parete dirimpetto: la Disputa coi dottori e la Lapidazione» 7.

Il ciclo di Carpaccio si inserisce nel contesto storico veneziano degli anni a cavallo tra Quattrocento e Cinquecento, connotati da una convivenza difficile con gli ebrei: sono anche gli anni nei quali viene istituito il Ghetto Nuovo. Questo clima di fondo antiebraico entra in scena nei teleri che raccontano la vita del santo, di origine greca, che viene lapidato a Gerusalemme da ebrei 8.

 Descrizioni dei teleri

  1. Santo Stefano e sei suoi compagni consacrati diaconi da san Pietro
  2. Predica di santo Stefano
  3. La disputa di santo Stefano
  4. Santo Stefano davanti ai giudici
  5. La lapidazione di santo Stefano

Maestro Vincenzo

 


[1] Cfr. G. Ludwig – P. Molmenti, Vittore Carpaccio. La Vita e le Opere, Hoepli Editore, Milano 1906, 31.
[2] Cfr. S. Gramigna – A. Perissa, Scuole grandi e piccole a Venezia tra arte e storia…, 84.
[3] Cfr. A. Gentili, Le storie di Carpaccio. Venezia, i Turchi, gli Ebrei, Marsilio editori, Venezia 1996, 123.
[4] Antonio Maria Zanetti, Della pittura Veneziana e delle opere pubbliche de Veneziani maestri, Editore Albrizzi, Venezia, 1771, 40.
[5] Cfr. A. Gentili, Le storie di Carpaccio. Venezia, i Turchi, gli Ebrei, 123.
[6] Cfr. Idibem.
[7] G. Ludwig – P. Molmenti, Vittore Carpaccio. La Vita e le Opere, 246.
[8] Cfr. S. Gramigna – A. Perissa, Scuole grandi e piccole a Venezia tra arte e storia…, 84.

Il contesto veneziano all’epoca della realizzazione dei teleri

Tutta la storia di santo Stefano è incentrata sulla polemica contro gli ebrei ed ha dunque un carattere prettamente antiebraico. I teleri sono tutti realizzati tra il 1511 e il 1520, anni cruciali sul fronte del rapporto tra veneziani ed ebrei, in cui si alternano periodi di conflitto e periodi di relativa calma. Il telero della Consacrazione dei diaconi è del 1511, anno dove si registrano forti tensioni e si effettuano propagande antiebraiche alimentate dalla crisi dopo Cambrai e sostenute dai predicatori francescani.

Vittore Carpaccio, Santo Stefano e sei suoi compagni consacrati diaconi da san Pietro

Gli anni successivi, 1512-1513, invece segnano una relativa pace e tolleranza con gli ebrei e in questi anni non abbiamo produzione di dipinti. Nel 1514 Carpaccio realizza due teleri: quello della Predica e quello della Disputa. Il 1514 è l’anno in cui a Venezia ricomincia la campagna antiebraica che porterà a confinare gli ebrei prima alla Giudecca e poi al Ghetto Nuovo nel 1516. Dal 1516 al 1518 si vive una situazione di stallo e non si registrano grandi problemi. Tra il 1519 e il 1520 i problemi si acuiscono di nuovo: i francescani si schierano contro la realizzazione del monte di pietà da parte degli ebrei. In questi anni vengono probabilmente realizzati il telero che vede santo Stefano davanti ai giudici e l’ultimo – nel 1520 –, quello della Lapidazione.

Vittore Carpaccio, Lapidazione di santo Stefano

Il ciclo era considerato concluso con i primi tre teleri nel 1514, infatti questi presentano tutti e tre le stesse caratteristiche, sono vivaci e pieni di particolari simbolici. Gli ultimi due, invece, sono più poveri di particolari e rispecchiano, nella durezza delle scene, l’intolleranza antiebraica dei committenti, cioè i confratelli della Scuola di santo Stefano1.

Come abbiamo detto nell’introduzione, erroneamente si definisce la Scuola di Santo Stefano come confraternita dei laneri, cioè formata da artigiani della lana. Dall’antica Mariegola della Scuola emergono invece alcuni nomi associati ai rispettivi mestieri, ma non compaiono laneri. C’è però un documento, un accordo tra la Scuola e i frati del convento di Santo Stefano del 7 novembre 1506 riguardante le arche sepolcrali, dov’è presente un elenco di nomi con i mestieri dei confratelli più importanti della Scuola, ed emerge che la maggior parte sono lombardi e fanno il mestiere di tagliapietra, cioè dei lapicidi. Tra essi riconosciamo ad esempio il famoso Pietro Lombardo. Infatti a Venezia, già dalla seconda metà del Quattrocento, c’erano delle restrizioni che riguardavano i tagliapietra, tra cui il divieto di importare lavori eseguiti fuori dalla città ed il divieto di lavorare liberamente se il mestiere lo si era imparato altrove. Nel 1508, in seguito a dei provvedimenti dei Provveditori di Comun riguardo all’elezione dei gastaldi, i tagliapietra lombardi vengono riammessi alla vita pubblica e politica della città. Alcuni di loro entrano così a far parte della confraternita della Scuola anche perché molti abitano dalle parti di Campo Santo Stefano e anche perché è naturale che i tagliapietra scegliessero la Scuola di un santo lapidato, per l’evidente rapporto con le pietre2. La pietra è infatti l’attributo iconografico fondamentale del santo. Stefano è definito da Jacopo da Varagine nel Sermones de Sancti “pietra quadrata” perché in lui sono presenti le quattro virtù cardinali: temperanza, fortezza, prudenza e giustizia. Egli è anche definito pietra lucida, senza impurità; pietra viva perché in lui si accese il fuoco del cielo, della passione, dell’amore3.

Il simbolo della pietra, portato all’opposto significato, contraddistingue anche i persecutori, gli ebrei. Essi sono infatti pietre dure, perché non riescono ad ascoltare l’insegnamento di Gesù, pietre nude e sterili perché, senza virtù, non riescono a portare frutto. A commissionari i teleri sono allora i tagliapietra, persone per cui la pietra era importante perché oggetto del lavoro quotidiano. Ecco dunque come Carpaccio rappresenta le pietre: le pietre dure della Gerusalemme ebraica e quelle in rovina della romanità, che vediamo in alcuni sfondi, fanno da controparte negativa rispetto alle pietre nuove del mondo cristiano, rappresentate dall’architettura veneziana. Tutto questo è definito da Gentili come una storia universale della pietra4.

Maestro Vincenzo


[1] Cfr. A. Gentili, Le storie di Carpaccio. Venezia, i Turchi, gli Ebrei, 137.
[2] Cfr. Ivi, 139-146.
[3] Jacopo da Varagine, Sermones de Sanctis, Pavia, Jacopo da Borgofranco, 1500, cap. XXXV De Sancto Stephano Sermo V, c. 20r.
[4] Cfr. A. Gentili, Le storie di Carpaccio. Venezia, i Turchi, gli Ebrei, 147-14