Il Giudizio Universale

Giudizio Universale
Giudizio Universale

Nella controfacciata della Cappella degli Scrovegni, seguendo la tradizione iconografica medievale, Giotto dipinge il Giudizio Universale. Così facendo, l’artista rappresenta il futuro, il compimento dei tempi, nel giorno in cui Cristo Giudice ritornerà per l’ultima volta a giudicare i vivi e i morti, e a stabilire un Regno che non avrà fine. La controfacciata è l’ultima visione per il fedele che si appresta a lasciare lo spazio sacro. Sopra la porta d’ingresso/uscita egli vede raffigurato il destino a cui potrà andare incontro: a sinistra la visione beatifica del Paradiso e a destra la dannazione eterna dell’Inferno. Rispetto all’iconografia tradizionale che divide le diverse scene in nette sezioni orizzontali, per il Giudizio Universale della Cappella degli Scrovegni, Giotto riesce a rendere più fluida e uniforme l’ambientazione dipingendo di azzurro lo sfondo.

Al centro dell’affresco è presente Cristo, avvolto da una grande luce, all’interno della classica mandorla iridata – che qui perde la forma allungata a favore di un ovale –, seduto su un arco rappresentante il cielo, sorretto da quattro esseri. La mandorla è contornata da dodici angeli di cui quattro suonano delle trombe per annunciare la venuta di Cristo Giudice. Il Salvatore porta sul corpo i segni della Passione: nelle mani e nei piedi sono visibili le ferite dei chiodi mentre, nel costato, la veste si apre per mostrare la ferita provocata dalla lancia del soldato romano per accertarne l’avvenuto decesso. Cristo indossa la veste rossa con ricami dorati e il mantello azzurro che oggi, a causa del deterioramento, ha perso il colore. Il rosso della veste rappresenta il sangue e dunque l’umanità di Cristo, mentre l’azzurro del mantello, dello stesso colore del cielo, rappresenta la sua divinità. Nell’aureola di Gesù, in corrispondenza dei tre bracci della croce, all’epoca di Giotto, erano incastonati tre specchietti tondi che forse servivano, in alcuni momenti particolari, a creare uno straordinario effetto di luce. Oggi, purtroppo, nei tre tondi restano solo delle piccolissime tracce di stagno.

Cristo ha lo sguardo rivolto verso i beati nel Paradiso. Il gesto delle mani è eloquente: la mano destra è dipinta dal lato del palmo, in segno di accoglienza dei santi in Paradiso, mentre la mano sinistra è dipinta di dorso verso l’Inferno, in segno di rifiuto delle anime dannate.

I quattro esseri che sostengono il trono di Cristo sono associati, in altre raffigurazioni simili, ai simboli degli evangelisti. Questa iconografia tradizionale si fonda sul quarto capitolo del libro dell’Apocalisse di san Giovanni: la tradizione della Chiesa ha associato la figura dell’uomo alato all’evangelista Matteo, il Leone a Marco, il bue a Luca e l’aquila a Giovanni. Giuliano Pisani, studioso della Cappella degli Scrovegni, analizzando attentamente questi quattro esseri, ne dà una diversa chiave di lettura: secondo lui, sotto il trono di Cristo non sono rappresentati i simboli degli evangelisti; questo sono stati infatti dipinti da Giotto, nelle loro sembianze umane, nelle quattro fasce laterali sulle pareti che segnano l’inizio e la fine delle storie di Gesù. Le quattro figure sotto Cristo Giudice rappresenterebbero, secondo Pisani, la doppia natura umano-divina del Messia in quanto queste figure sono rappresentati con la doppia natura umano-animale. Egli vede dipinto da destra verso sinistra: un uomo con la testa da leone, un’aquila con la testa di un giovane ragazzo, un centauro e un orso con vicino un pesce. Secondo lo studioso, questi simboli sono fin dall’antichità riconosciuti come simboli cristologici che rappresentano in maniera allegorica la natura umano-divina (centauro), la redenzione dell’umanità (l’orso con il pesce), la Resurrezione (leone), l’Ascensione (aquila); inoltre essi fungono da guide per le anime verso il bene. Giotto, secondo questa interpretazione, introdurrebbe un’importante novità rispetto alle iconografie tradizionali.

Nella parte più alta della controfacciata si apre la trifora, fonte di luce reale per l’interno della Cappella. Ai lati della finestra, sono dipinti i due astri plasmati nell’atto della creazione: l’astro maggiore, il sole, e l’astro minore, la luna. Essi rappresentano il firmamento che sta per essere arrotolato da due angeli, lasciando intravedere alle loro spalle le porte dorate della Gerusalemme Celeste, come annuncia il passo dell’Apocalisse:

«Il cielo si ritirò come un rotolo che si avvolge, e tutti i monti e le isole furono smossi dal loro posto» (AP 6, 14).

È l’atto conclusivo del mondo che si compirà nell’ultimo giorno, quando tornerà Cristo a giudicare l’umanità.

Poco sotto, Giotto dipinge i nove cori angelici divisi per gruppi e colori. Essi sono disposti a semicerchio rivolti verso Cristo. Sono armati con lance e scudi e alcuni di loro portano i vessilli celesti. Partendo da sinistra verso destra troviamo:

  • Le Virtù (o potenze), dipinte con le vesti di colore blu zaffiro, simbolo della purezza.
  • Le Dominazioni, vestiti di arancione, rappresentano la pienezza e il dominio di sé.
  • I Troni, vestiti di verde, rappresentano la giustizia e la potenza di Dio.
  • I Serafini, con le vesti color rosso scarlatto, rappresentano l’amore di Dio come fuoco ardente.
  • I Cherubini sono nascosti dietro la trifora e fuoriescono dai lati; sono vestiti di Azzurro cielo, sono gli angeli della Sapienza, che contemplano Dio.
  • Gli Angeli, con le vesti i color verde smeraldo, sono i custodi di ogni creatura.
  • Gli Arcangeli, vestiti di rosa, sovrintendono alle attività degli Angeli.
  • I Principati, abbigliati con degli abiti di color giallo onice, guidano le potenze terrene facendo da collegamento tra spirito e materia.
  • Le Potestà, con le vesti di color azzurro acquamarina, danno agli elementi del creato la forza vitale e sono impegnati nella continua lotta tra bene e male.

Attorno a Cristo, i dodici apostoli stanno seduti su eleganti troni posti sopra una pedana marmorea. Dopo la fuga e il suicidio di Giuda, incapace di sopportare nella coscienza il peso di aver tradito Gesù, il suo posto viene preso da Mattia, che Giotto veste con lo stesso abito giallo lasciato dal traditore. Grazie alla costanza fisiognomica e dal colore delle vesti con cui l’artista dipinge i personaggi all’interno delle diverse scene degli affreschi, possiamo identificare gli apostoli che siedono accanto a Gesù. Partendo da sinistra, troviamo seduti: Tommaso, Matteo, Giacomo Minore, Filippo, Giacomo Maggiore e Pietro. Oltre il trono di Gesù vengono dipinti: Giovanni – invecchiato rispetto agli altri dipinti all’interno della Cappella –, Andrea, Bartolomeo, Simone, Giuda Taddeo e Mattia.

Sotto il gruppo degli apostoli di sinistra, Giotto dipinge due file parallele di beati, scortati da angeli. Il corteo superiore è guidato dalla Vergine Maria, avvolta da una grande luce, che afferra per il polso una persona, presumibilmente una donna, tirandola a sé. Forse si tratta della progenitrice Eva, di cui Maria è l’antitesi. Questa parte di affresco risulta molto danneggiata, per cui difficilmente si riescono a identificare i personaggi. Tutti i partecipanti a questo corteo hanno l’aureola e questo suppone che stiano già godendo della visione beata nel Paradiso. Dietro la donna identificata con Eva la processione si divide in due gruppi: il primo, probabilmente, è costituito da patriarchi e profeti dell’Antico Testamento, il secondo da santi e Padri della Chiesa. Tra i personaggi dell’Antico Testamento si nota la figura di un uomo, in prima fila, con la veste gialla e delle piccole corna sull’aureola che potrebbe essere identificabile con Mosè, in quanto le corna fanno parte della sua tradizionale iconografia. A guidare il gruppo neotestamentario è probabilmente san Paolo.

Nel corteo inferiore invece, nessuno – a parte gli angeli – è dipinto con l’aureola. Queste persone sono divise in quattro gruppi. Nel primo, davanti a tutti, due donne tengono in mano la palma del martirio e, accanto a loro, un uomo vestito di bianco sembra indossare abiti diaconali. Potrebbe trattarsi di santo Stefano, primo martire dell’era cristiana. Vicino a quest’ultimo, con le mani giunte, un uomo indossa l’armatura da soldato romano. Alcuni studiosi lo associano al centurione  Cornelio, altri alla figura dell’imperatore Costantino. Nel secondo gruppo sono rappresentati frati e  monaci. In prima fila si distinguono i fondatori degli ordini mendicanti rappresentati con le tipiche vesti: san Francesco, il quale porta sulle mani il segno delle stigmate e san Domenico. Il terzo gruppetto è formato da giovani donne guidate da una martire. Quest’ultima potrebbe essere sant’Orsola, seguita dalle vergini che subirono il martirio insieme a lei: Enrico Scrovegni, devoto a questa santa, aveva infatti finanziato un monastero cistercense dedicato alla giovane martire. L’ultimo gruppo è composto da nobili, borghesi ed ecclesiastici forse contemporanei al pittore. Alcune fisionomie sembrano essere dei ritratti e la tradizione vuole che vi siano raffigurati Dante Alighieri, vestito di giallo con una corona di alloro in testa e, davanti a lui, lo stesso Giotto, vestito di rosa con una mantella sulle spalle e il berretto giallo. Sotto questi personaggi, dalla terra, si aprono le tombe da cui fuoriescono delle persone nude rappresentate in miniatura: sono coloro che attendono il giudizio di Dio:

«Non meravigliatevi di questo: viene l’ora in cui tutti coloro che sono nei sepolcri udranno la sua voce e usciranno, quanti fecero il bene per una resurrezione di vita e quanti fecero il male per una resurrezione di condanna» (GV 5, 28-29).

Accanto ad essi, sullo stesso terreno roccioso, Enrico Scrovegni, inginocchiato, offre il modellino della Cappella alla Vergine della Carità , a cui il luogo sacro è dedicato. La mano destra di Enrico è posta sui gradini semicircolari in entrata e con il pollice ne indica l’ingresso aperto. La mano sinistra è rivolta verso l’alto quasi a sfiorare la mano di Maria che, con il palmo aperto, accetta l’offerta. Accanto alla Vergine, i due accompagnatori possono essere associati a san Giovanni apostolo e a santa Caterina d’Alessandria, santi ai quali sono dedicati due altari.

A portare sulle spalle il modellino è un chierico, probabilmente la «guida teologica» di Giotto. Tutti gli studiosi degli Scrovegni sono infatti d’accordo nell’affermare la partecipazione all’opera di una guida che ha consigliato l’artista per la stesura del piano teorico-teologico degli affreschi. Pur in assenza di fonti certe, nel corso dell’ultimo secolo, molti hanno cercato di identificare tale personaggio. F. Rintelen e E. Tea lo associano all’architetto della Cappella, W. Y. Müller ritiene sia il confessore degli Scrovegni, C. Bellinati lo accosta – per il tipo di abito – al canonico e arciprete della Cattedrale di Padova Altegrado de’ Cattanei, mentre G. Pisani afferma possa essere il frate eremitano Alberto da Padova, uno dei cittadini illustri della città patavina del tempo. Pisani ne giustifica questa attribuzione poiché crede che tutti gli affreschi seguano un’impostazione teologica di tipo agostiniano, ordine a cui apparteneva frate Alberto. Il frate, all’epoca, fu scelto da Papa Bonifacio VIII come predicatore alla corte papale; si creerebbe così un collegamento tra il Giubileo del 1300 e il programma iconografico degli affreschi: la riconciliazione, la giustizia divina e la nuova fratellanza tra gli uomini sono infatti i temi in comune tra la Cappella e il Giubileo.

A fare da spartiacque tra il Paradiso e l’Inferno è la croce di Cristo. Essa è sorretta da due angeli e presenta i chiodi della passione: i due delle mani si sono ormai sbiaditi, mentre il chiodo dei piedi risulta abbastanza visibile. È la stessa croce dipinta precedentemente sulla parete nord: a forma di tau – l’asse verticale quasi non sporge oltre l’asse orizzontale –, con un basamento inclinato posizionato all’altezza dei piedi ed un cartello ligneo, in cima, fissato per mezzo di un bastoncino: sul cartello si legge, in caratteri oro, il motivo della condanna di Gesù. La croce non poggia però sul terreno, ma è sorretta, alla base, da una persona di cui si vedono solo parte delle braccia, delle gambe e dei capelli. Molti riconoscono in questo personaggio Dismas, il ladrone pentito a cui Gesù promette il Paradiso; altri invece ritengono che ogni fedele vi si possa identificare in quanto seguace di Cristo, disposto a portare la propria croce.

Al di là della croce, nella parte destra dell’affresco, Giotto rappresenta l’Inferno. Quattro fiumi di fuoco si staccano dalla mandorla iridata di Cristo scendendo verso il basso fino a creare tre file di demoni che trascinano altrettante anime verso Satana. Il regno della perdizione è scavato dentro una montagna. In alto sono presenti tre aperture da cui entrano i dannati ed un altro ingresso si apre sulla pendice. All’interno, Satana è dipinto come un orrendo mostro seduto su due draghi: il colore della pelle è blu ciano, colore della morte. Egli ha le corna sulla testa, gli occhi gialli, gli artigli su mani e piedi; dalle orecchie fuoriescono due serpenti che a loro volta azzannano due anime, una delle quali sembra avere sul capo una tiara papale. Satana è intento a mangiare un’anima visibile solo nella parte inferiore del corpo, mentre un’altra sta uscendo dal suo ano. Con le mani tiene prigionieri due dannati mentre sotto i suoi piedi ne calpesta altri. Sicuramente Giotto è stato influenzato dalla rappresentazione di Satana presente nel battistero di Firenze, ma qui la raffigurazione acquista più corposità e drammaticità: uomini e donne di ogni condizione subiscono orrende pene. Molti hanno al collo dei sacchetti contenenti monete che rappresentano l’attaccamento al denaro. Ogni particolare ed ogni supplizio patito nell’Inferno riporta al peccato corrispondente fatto in vita. Impiccagioni – anche Giuda è raffigurato in questa maniera – squartamenti, torture ai genitali, strattonamenti, uomini segati a metà, altri infilzati su uno spiedo e molti altri orrori sono le pene destinate alle anime perdute. Nobili, sovrani, religiosi, vescovi, giudici, borghesi, mugnai, popolani, sono rappresentati nel regno del demonio, in attesa di entrare – spinti da diavoli – nei quattro crateri dipinti in basso, dove si ammassano corpi nudi di uomini e donne disposti disordinatamente.

Nonostante la reale possibilità del fallimento della vita dell’uomo, che si traduce nell’Inferno, il fedele non può e non deve perdere la speranza della salvezza, simboleggiata dalla grande e centrale croce di Cristo ed esposta magistralmente nell’intero apparato iconografico della Cappella: seguendo la retta Via, che è Cristo, e perseverando nelle virtù, il destino del cristiano non sarà la perdizione, ma l’eternità della vita beata in Paradiso.

«In tal modo ha termine la storia del mondo, ch’era incominciata dall’alto del cielo stellato; era proseguita con l’Antico e il Nuovo Testamento, le storie di Cristo e di Maria quale emblema della umanità dello spazio terreno e del tempo, ora tutto si chiude, ritornando all’alto, e lasciando lo spettatore con l’animo sospeso, nella visione di una impotente partecipazione alla storia di tutto l’universo. Dio non è spettatore, ma attore di un futuro che durerà per sempre» (C. Bellinati, Padva felix: atlante iconografico della Cappella di Giotto, 138).

Maestro Vincenzo